I Paesi del BRIC bevono vino italiano

I Paesi del BRIC bevono vino italiano

Il futuro del vino italiano prende una direzione ben precisa. Non il mercato interno, in calo, né le destinazioni tradizionali, comunque rilevanti: la frontiera da conquistare è
quella degli Stati del BRIC, le potenze emergenti ed assetate di prodotti tricolori.

Questo il dato emerso da Vinitaly, dove si è necessariamente fatto il punto sugli scenari presenti e futuri dell’export vinicolo.

E’ così emersa l’importanza dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto Brasile, Russia, India, Cina (BRIC, appunto).

I numeri sono inequivocabili: le esportazioni verso tali destinazioni hanno portato le esportazioni italiche totali a quota 22 milioni di ettolitri, un +11% che supera la frenata del 2009 e
bilancia il calo dei consumi interni.

Il discorso diventa ancora più chiaro se si analizzano le percentuali dei singoli Stati. Alla crescita limitata dei mercati tradizionali (+16,3% Germania, +14,4% USA) si contrappone
quella notevole dell’area BRIC: Brasile +54%, Russia +69%, fino al +145% della Cina. Unica eccezione l’India, dove il vino italiano è ancora merce di nicchia. Va però notato
come il Paese abbia chiesto di entrare nell’OIV (Organizzazione internazionale vite e del vino), organismo che raggruppo i 44 maggiori produttori di uva.

Oltre alla quantità, la qualità. La fiera di Verona è occasione per mettere il luce cosa piace e cosa attira meno.

Aldilà dei singoli pareri, una tendenza emerge: è finito il tempo dei vini “tosti”, con struttura decisa ed elevata gradazione alcolica. Al loro posto vini leggeri, che compensano
i pochi gradi con sapori interessanti e profumi delicati. Non è escluso, spiegano gli esperti, che dietro ciò vi sia il recente giro di vite in materia di circolazione
stradale.

Anche per questo, trova nuovo spazio il settore dei vini under 12 con un tenore alcolico sotto i dodici gradi e in qualche caso si arriva a 11 come nel Già di Fontanafredda.

In ogni caso, tale cambio di programma non dovrebbe rappresentare un problema, data la flessibilità delle coltivazioni nazionali. Questo il parere di Donato Lanati, maestro riconosciuto
dell’enologia nostrana: “La grande versatilità dei nostri vitigni autoctoni consente di ottenere in cantina sia prodotti più adatti all’invecchiamento che bottiglie più
pronte al mercato”:

Matteo Clerici

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