I negozi storici chiudono, colpa degli affitti o delle leggi dell’economia?
26 Giugno 2025
Achille Colombo Clerici, in risposta al quotidiano La Repubblica
Intervista di Saverio Fossati al Presidente di Assoedilizia
Milano, 26 giugno 2025
A cura di ASSOEDILIZIA informa
Di Saverio Fossati
I negozi storici chiudono, colpa degli affitti o delle leggi dell’economia?
I negozi storici chiudono, colpa degli affitti o delle leggi dell’economia? In risposta a Repubblica del 23 giugno 2025
di Saverio Fossati
Due grandi esercizi storici milanesi stanno per chiudere, in zona Moscova-Garibaldi, come segnala il quotidiano La Repubblica, a causa dei nuovo canoni proposti a fine locazione, che per gli esercenti sarebbero “insostenibili” e a volte anche raddoppiati. E alla fine dell’articolo, nel quale vengono interpellati solo i rappresentanti dei negozianti, si propone la soluzione di una sorta di “equo canone” per il commercio.
La notizia ha suscitato alcune riflessioni da parte di Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, l’organizzazione storica della proprietà immobiliare cittadina, e della Federazione regionale lombarda della proprietà edilizia, che raggruppa le altre Associazioni della Regione.
“Il fenomeno dei negozi storici in rapporto alle dinamiche di una città – dice Colombo Clerici – è fisiologico e non patologico, risponde cioè a regole economiche proprio come quelle del commercio. Questo è il punto di partenza del ragionamento”
Quindi quali sarebbero le possibili soluzioni?
Non esistono bacchette magiche. Questo induce a una prima riflessione: bisogna astenersi qualunque posizione dirigistica ed evitare di praticare l’economia per decreto. Quindi, se il commercio nella città diviene selettivo lo diviene per ragioni economiche: locatore ed esercente sono figure economiche.I locatari commerciali si considerano però alla mercé dei proprietari…
La legge tutela ampiamente un inquilino commerciante, che a volte trova il suo tornaconto proprio nel lasciare l’attività quando diventa antieconomica: se il proprietario non rinnova il contratto le tutele sono molto robuste e il locatario ha diritto a un’indennità pari a 18 mensilità dell’affitto richiesto sino a quel momento.Quindi, facendo un esempio con il canone di 170mila euro annuo che sinora pagava uno dei negozi di cui parla La Repubblica…
Se rifiuta di aderire al nuovo contratto da 300mila euro avrà invece diritto a 255mila euro di “buonuscita”. Non mi sembra così vessatorio.Veniamo allora a delle proposte che possano essere ragionevoli
Non si deve ragionare in termini di deterrenza, scoraggiando proprietari ed esercenti con norme dirigistiche, ma in termini di incentivazione. E non si tratta di rimpiangere il passato, a tutti piacerebbe la vecchia, nostalgica Milano ma le cose cambiano. I negozietti tradizionali (mercerie, drogherie, cartolerie, ferramenta…) hanno subìto soprattutto la concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce e non certo affitti troppo elevati, tanto meno in periferia. Una delle soluzioni proposte, cioè la cedolare per i negozi (peraltro prevista, e inattuata, nella riforma fiscale), è un grande fattore equilibratore, ma solo se applicato anche su contratti in essere, non solo sui nuovi, perché chi ha bisogno di protezione sono soprattutto le vecchie locazioni. Così come è giusta la proposta di riqualificazione urbana, purché non si protragga per anni e si accompagni a provvedimenti seri sulla sicurezza e vivibilità dell’ambiente, al decoro, insomma.Un suggerimento per i proprietari?
Oggi, ai proprietari resta poco più del 30% dei canoni, tra 43% di Irpef, oneri assicurativi, amministrativi e manutentivi e Imu. Ma bisogna considerare anche che il tetto ai canoni si forma naturalmente: non conviene ai proprietari chiedere affitti così alti da generare il rischio di morosità da parte dei locatari o che questi chiedano il recesso anticipato dal contratto perché non ce la fanno.
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