Giorgio de Chirico. L'enigma nella pittura
9 Aprile 2008
Si inaugurerà sabato 19 aprile alle ore 17,00 presso il Museo Piaggio «Giovanni Alberto Agnelli» di Pontedera, la mostra Giorgio de Chirico – L’enigma nella pittura,
a cura di Giovanni Faccenda.
L’iniziativa, promossa dal Comune di Pontedera e dalla Fondazione Piaggio, realizzata con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Toscana e della
Provincia di Pisa, intende celebrare i trent’anni dalla scomparsa del grande Maestro della Metafisica.
A ripercorrere le tappe salienti del percorso artistico di colui che, insieme a Pablo Picasso, è stato il maggiore protagonista del Novecento, trentacinque opere, fra capolavori
noti (Cavallo e cavaliere, 1934-35, Castello di Rapallo, 1948 ca, Le Muse Inquietanti, 1960-62, Piazza d’Italia, 1962), opere
inedite (Cavaliere con cane, 1948, Venezia, 1950) e importanti ritrovamenti (Cavalli scalpitanti presso il mare, 1950, una piccola,
riuscitissima versione del celebre motivo Ettore Andromaca, 1972).
Intorno al tema dell’enigma ruota non soltanto questa ricca mostra, ma l’intera vicenda artistica di Giorgio de Chirico, la cui esistenza, sin dall’adolescenza, è caratterizzata da tre
episodi che segneranno profondamente il suo destino: la nascita a Volos, in Grecia, nel 1888; la morte del padre quando non ha ancora compiuto sedici anni; l’arrivo a Monaco di Baviera, dopo un
breve soggiorno in Italia, ed il decisivo incontro con la pittura di Arnold Böcklin.
Et quid amabo nisi quod aenigma est? Ovvero, il sommo principio dechirichiano. L’enigma caro a Nietzsche, ovvero il demone che invocava Eraclito. Il senso nascosto
delle cose per un artista filosofo che pensa per immagini, giacché anche le più comuni e le più semplici di esse, viste da un’altra angolatura, risultano per lui fonte di
mistero (Interno metafisico con biscotti, 1950).
Tutta la pittura di de Chirico, a cominciare dai primi quadri «di sapore böckliniano», risalta per una distinta esigenza: rendere
visibile l’invisibile. Non meravigli che in tale proponimento converga, inconscio, il bisogno di raccontare se stesso attraverso la rappresentazione di luoghi o fatti che hanno
caratterizzato la ricca quanto instabile vicenda umana; anche il ricorso periodico al mito asseconda, fra le altre, una simile necessità. In questo senso, il paesaggio rimane il genere
più costante nella sua opera: sia che ne occupi il primo piano o ne costruisca il fondale (I romani in Britannia, 1953), esso appare comunque abitato da una potente
stimmung evocativa, che sostanzia quanto derivi dal processo di mutazione successivo all’attesa rivelazione.
Gli enigmi che de Chirico dipinge appartengono tutti alla propria esistenza. Stupisce, semmai, il modo in cui egli riesce a tradurre nella più alta dimensione immaginifica fatti
riguardanti la sua storia individuale, siano essi esclusivi o del tutto ordinari.
Molti i luoghi deserti (Cavaliere in un paese, 1949), a significare la solitudine, umana ed artistica, del Grande Metafisico, che diventa ora il Veggente, ora il Filosofo, ora il
Cavaliere errante, fino a mostrarsi in curiosi costumi nella fase barocca del più torrido isolamento, coincidente con la morte di Savinio avvenuta nel 1952.
Ora, dopo tante battaglie, Il Trovatore (1954) è solo e stanco; sul finire degli anni Trenta, è il poeta solitario che guarda ad un aristocratico convegno da
«Pictor optimus».
Tutte le opere alle quali Chirico lavora fra gli anni Quaranta e la prima metà del decennio successivo (Venezia, Chiesa della Salute, 1952-53) devono essere messe in rapporto
con tale filosofia. La sfida con quei pittori antichi lo esalta; ne diventa singolare interprete, seppure – da certa critica – incompreso protagonista.
Si susseguono le stagioni, ma permane la vocazione metafisica di questo principe isolato anche quando muta lo stile della pittura conseguente ai vari ritorni (Archeologi,
1965-75, Gladiatori, 1971), perché, come teneva a dire lui, non è il soggetto, bensì il tono proprio della pittura a rendere metafisica un’opera.
Resta, comunque, la sua grandezza, assoluta, capace di vincere la sfida con il tempo e superare ogni spiegazione, come di farsi beffa di episodi, giudizi, in qualche caso persino
complotti, rimasti a vorticare incerti intorno all’aristocratica figura di un gigante che ha segnato il Novecento con impronte indelebili, nel titanico confronto condotto oltre le
soglie del mito e della filosofia, dentro le stanze del museo abitate dai grandi maestri antichi, per i territori sconfinati e misteriosi dell’immaginazione.
Ancora una volta il Museo Piaggio contenitore di testimonianze legate alla produzione meccanica, si pensi alla Vespa e all’Ape, di cui quest’anno ricorrono i Sessant’anni, ospita nelle sue sale
un’iniziativa di indiscusso valore culturale.
Contestualmente alla mostra Giorgio de Chirico. L’enigma della pittura all’ingresso del Museo sarà ospitato il Diamante, una centrale
energetica di nuova generazione, ideata e progettata dalla Ricerca Enel e dall’Università di Pisa, basata sull’impiego di energia solare. L’impianto, per le sue caratteristiche, è
un esempio di come ricerca tecnologica e design architettonico, bene si adattino ad inserirsi, senza creare disarmonie, nei più delicati e svariati contesti paesaggistici di cui l’Italia
è ricca.
In contemporanea con la grande esposizione che il Museo Piaggio «Giovanni Alberto Agnelli» tributa, assieme al Comune di Pontedera, a Giorgio de Chirico, vi
sarà la mostra intitolata La lunga ombra del Metafisico. Maestri del Novecento in rapporto all’opera e alla figura di Giorgio de Chirico, allestita
presso l’Associazione A.F.R.A.M.-Galleria Il Germoglio, via Guerrazzi, 22, Pontedera.
Tale rassegna, anch’essa curata da Giovanni Faccenda e in programma sempre fra il 19 aprile e il 24 giugno 2008, raccoglie alcuni capolavori di Maestri quali, fra gli altri, Annigoni, de Pisis,
Sironi, Xavier e Antonio Bueno, Rosai, Soffici e Fiume.





