Italia, consumi in frenata e caro energia by Giampietro Comolli

By Giuseppe

L’economia italiana continua a crescere, seppure lentamente, mentre famiglie e imprese fanno i conti con prezzi, energia e una produttività che da quasi vent’anni avanza molto meno rispetto ai principali concorrenti europei. Forse è arrivato il momento di domandarsi non soltanto quanto PIL produciamo, ma come lo produciamo.

 

 
Newsfood.com, 23 settembre 2026


Italia, consumi in frenata e caro energia: ma il PIL basta davvero per misurare come stiamo?

di Giampietro Comolli

La verve dell’economista ogni tanto mi spinge a mettere sul tavolo della discussione pratica, non soltanto accademica, qualche numero e qualche proposta.

Niente fake. Proviamo invece a capire che cosa serve realmente a cittadini, consumatori e imprese e se le decisioni economiche che prendiamo contribuiscano davvero a costruire un sistema produttivo capace di reggere nel tempo.

E soprattutto poniamoci una domanda: può l’Europa costruire finalmente una politica industriale ed energetica comune che vada oltre regole, parametri e burocrazia?

Il PIL italiano vale 2.265 miliardi. Ma cosa ci racconta davvero?

Partiamo dai numeri appena aggiornati dall’Istat.

Nel 2025 il PIL italiano ai prezzi correnti è stato pari a 2.265 miliardi di euro. La crescita reale è stata dello 0,6%.

Nel secondo trimestre 2026 il PIL è cresciuto ancora dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita acquisita per il 2026 è attualmente dello 0,8%.

Dunque l’Italia cresce.

Poco, ma cresce.

Il problema è capire come cresce.

È troppo semplicistico affermare che il PIL italiano sia sostenuto quasi esclusivamente dalla spesa pubblica: i conti nazionali non dicono questo. Una parte molto consistente del valore aggiunto italiano deriva dai servizi privati, mentre industria, costruzioni e agricoltura continuano a rappresentare componenti fondamentali dell’economia nazionale.

La vera questione è un’altra: quanto valore aggiunto, produttività e crescita futura siamo capaci di generare?

Il vero tallone d’Achille italiano è la produttività

Qui i numeri diventano preoccupanti.

Secondo Istat, nel 2025 il valore aggiunto reale per ora lavorata in Italia superava quello del 2007 di appena l’1,4%.

Nello stesso arco di tempo l’incremento è stato superiore al 7% in Francia, all’11% in Germania e vicino al 18% in Spagna.

Questo è forse uno dei problemi economici italiani più importanti e meno raccontati.

Non significa che il lavoratore italiano lavori poco. Significa che il sistema nel quale lavora – capitale, tecnologia, organizzazione, dimensione delle imprese, infrastrutture, formazione, ricerca e burocrazia – produce troppo poco valore aggiunto per ogni ora lavorata.

Possiamo aumentare l’occupazione, distribuire incentivi e finanziare nuovi programmi pubblici. Ma senza produttività diventa molto difficile aumentare stabilmente salari e redditi.

Consumi: spendiamo di più, compriamo di meno

Anche qui occorre guardare ai numeri e non alle impressioni.

A luglio 2026 le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,4% in valore e dello 0,5% in volume rispetto a giugno.

Rispetto a luglio 2025, complessivamente spendiamo lo 0,8% in più ma acquistiamo lo 0,6% in meno.

Per gli alimentari il fenomeno è ancora più evidente: il valore delle vendite cresce dello 0,3%, mentre i volumi diminuiscono dell’1%.

Tradotto in italiano corrente: alla cassa lasciamo più denaro, ma nel carrello entra meno merce.

Questo è il dato che interessa realmente le famiglie.

Non tutto però va male

Un’analisi seria deve guardare anche l’altra metà del bicchiere.

Nel 2025 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,4% e il potere d’acquisto dello 0,9%.

Il mercato del lavoro ha continuato a mostrare segnali positivi: a luglio 2026 gli occupati erano circa 24,37 milioni e il tasso di disoccupazione è sceso al 5,8%.

Anche gli investimenti hanno mostrato una certa vitalità.

Quindi non siamo davanti a un’economia in caduta libera.

Siamo davanti a qualcosa di forse più insidioso: un’economia che tiene, ma fatica da molti anni a cambiare velocità.

E le vacanze?

Anche qui bisogna evitare conclusioni troppo semplici.

Il turismo italiano non è crollato. Nel secondo trimestre 2026 le presenze nelle strutture ricettive sono aumentate del 3,9% rispetto al trimestre precedente.

Ma turismo e capacità di spesa delle famiglie italiane non sono la stessa cosa: nelle statistiche turistiche pesano anche gli stranieri e la crescita delle presenze non ci dice automaticamente quanto possano permettersi di spendere le famiglie residenti.

L’Italia può quindi avere alberghi e città d’arte affollati e contemporaneamente famiglie italiane che riducono altre spese o scelgono vacanze più brevi ed economiche.

Non è una contraddizione.

L’energia torna al centro del problema

Ad agosto l’inflazione italiana è salita al 3,3%.

La causa principale dell’accelerazione è stata l’energia: gli energetici non regolamentati sono aumentati del 17% su base annua e quelli regolamentati del 18,6%.

Se togliamo energia e alimentari freschi, l’inflazione di fondo è appena dell’1,5%.

Questo significa che una parte rilevante dell’attuale fiammata inflazionistica non nasce da un’economia italiana surriscaldata, ma da uno shock che arriva soprattutto dall’energia.

E il conto finisce inevitabilmente sulle famiglie e sulle imprese.

Petrolio e gasolio: attenzione ai confronti con il 2008

Nel 2008 il petrolio raggiunse brevemente quasi 147 dollari al barile.

Oggi, 23 settembre 2026, con il petrolio nuovamente sopra quota 100 dollari, il prezzo medio nazionale self rilevato dal Mimit è di circa 2,155 euro al litro per la benzina e 2,340 euro per il gasolio.

Perché?

La risposta non può essere semplicemente: speculazione.

Il prezzo alla pompa non dipende direttamente dal prezzo di un barile di greggio. Entrano in gioco quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, capacità di raffinazione, cambio euro-dollaro, costi logistici, disponibilità di gasolio, margini industriali e commerciali, accise e IVA.

Questo non significa però che non si debba controllare.

Nel corso del 2026 il Governo ha già rafforzato il monitoraggio della filiera dei carburanti e coinvolto la Guardia di Finanza per verificare eventuali anomalie.

Trasparenza e concorrenza devono essere garantite soprattutto durante le emergenze.

BCE: altro che tassi all’1%

Qui devo fare una provocazione.

Il 10 settembre la BCE ha aumentato nuovamente i tassi di interesse di 0,25 punti percentuali, portando il tasso sui depositi al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%.

La BCE spiega la decisione con le nuove pressioni inflazionistiche provocate anche dal conflitto in Medio Oriente e prevede un’inflazione media nell’area euro del 3% nel 2026.

Ma possiamo continuare a combattere con lo stesso strumento inflazioni che hanno origini profondamente diverse?

Se aumentano i prezzi perché famiglie e imprese spendono troppo, la restrizione monetaria ha una sua logica.

Se aumentano soprattutto perché esplodono petrolio, gas ed energia, alzare il costo del denaro rischia anche di rendere più costosi mutui e investimenti proprio quando servirebbe accelerare la trasformazione produttiva ed energetica.

È una questione sulla quale l’Europa dovrebbe interrogarsi seriamente.

L’Europa ha bisogno di politica industriale

La seconda grande domanda riguarda infatti l’Europa.

Abbiamo costruito un gigantesco mercato comune e una moneta comune. Ma non abbiamo ancora costruito con altrettanta decisione una vera politica industriale, energetica e tecnologica comune.

Ne vediamo gli effetti nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nelle piattaforme digitali, nell’energia, nell’automotive e in diverse materie prime strategiche.

L’Europa non può competere con Stati Uniti e Cina soltanto attraverso regolamenti.

Deve tornare anche a produrre.

E l’Italia deve decidere quali siano i propri asset strategici.

Acciaio? Agroalimentare? Meccanica? Energia? Farmaceutica? Turismo? Robotica? Aerospazio? Intelligenza artificiale?

Probabilmente diversi di questi insieme.

Ma occorre scegliere, investire e soprattutto misurare i risultati.

E dopo il PNRR?

Questa è forse la domanda più importante.

Il PNRR italiano mette in campo circa 194 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti.

Ma il successo del Piano non potrà essere misurato soltanto verificando quanti soldi siamo riusciti a spendere.

La vera verifica arriverà dopo.

Quanta produttività avremo creato?

Quante infrastrutture continueranno a generare valore?

Quante imprese saranno diventate più competitive?

Quanto sarà migliorata l’efficienza della pubblica amministrazione?

Quanto sarà diminuita la nostra dipendenza energetica?

Quanti nuovi lavori qualificati saranno stati creati?

Queste dovrebbero essere le unità di misura del PNRR.

E allora: il PIL basta?

No. O, meglio, non basta da solo.

Il PIL misura il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia. È indispensabile per confrontare dimensione e andamento dell’attività economica.

Ma non misura direttamente distribuzione della ricchezza, qualità dell’ambiente, sicurezza economica delle famiglie, qualità dei servizi pubblici, salute, accesso alla casa, capacità di risparmio o prospettive delle nuove generazioni.

Per questo l’Istat affianca ormai da anni al PIL gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES).

Ed è forse proprio questa la strada da seguire.

Non abolire il PIL.

Smettere di confonderlo con il benessere.

Un Paese può avere un PIL crescente e contemporaneamente famiglie che acquistano meno alimentari.

Può avere più occupati e una produttività quasi ferma.

Può attirare milioni di turisti e avere cittadini che faticano a permettersi una settimana di vacanza.

Può avere conti pubblici più ordinati e non riuscire a trovare risorse sufficienti per gli investimenti strategici.

La vera sfida dell’Italia dei prossimi dieci anni non sarà quindi soltanto produrre qualche decimale di PIL in più.

Sarà trasformare quella crescita in produttività, reddito disponibile, infrastrutture, energia competitiva e benessere reale.

E, possibilmente, lasciare qualcosa anche a chi verrà dopo di noi.

Giampietro Comolli


Fonti: Istat – Conti economici nazionali, aggiornamento 22 settembre 2026, Istat – Nota sull’economia italiana luglio-agosto 2026, Istat – Commercio al dettaglio luglio 2026, Istat – Inflazione agosto 2026, Istat – Rapporto annuale 2026 e produttività e BCE – decisione sui tassi del 10 settembre 2026.



Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli

Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.

Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.


 

Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare,
vitivinicolo, turistico e dei consumi.

Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Presidente CevesUni- centro studi ricerche
mercato consumi distretti produttivi

 

 


Articolo aggiornato al 23  settembre 2026. Gli articoli pubblicati  sono  realizzati a firma dell’Autore, o della Redazione, con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per attività di ricerca, organizzazione e revisione. L’impostazione editoriale, la selezione delle fonti e la responsabilità dei contenuti sono della Redazione Newsfood.


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