Fismo Confesercenti: nel settore moda è già primavera?

Fismo Confesercenti: nel settore moda è già primavera?

La FISMO, Federazione italiana del settore moda della Confesercenti, ha condotto nella seconda settimana di Febbraio 2009 un’indagine presso una platea di operatori indipendenti del settore
abbigliamento, tessuti e calzature, localizzati in dodici province italiane; cinque del Nord (Torino, Brescia, Venezia, Savona, Padova), tre del Centro (Firenze, Pisa e Ascoli P.) e quattro del
Sud (Bari, Brindisi, Salerno e Reggio Calabria). Un imprenditore su tre è donna. La maggioranza ha dipendenti (82%); circa due attività su dieci sono in franchising.

L’indagine era mirata a cogliere il punto di vista degli imprenditori commerciali sulla crisi dei consumi e sulle prospettive  future, nonché le loro valutazioni sui vantaggi o
svantaggi per le imprese delle scelte della politica locale

Settore in crisi; con i saldi recupera  solo  un  imprenditore su due

La maggioranza degli imprenditori (46% 14%) considera il proprio settore un settore in crisi, anche se per qualcuno si tratta di una crisi meno grave di quella dell’industria. Il  resto
degli imprenditori ritiene che ci siano state delle perdite, ma non crede si possa parlare di crisi.

Sull’andamento più recente degli affari, ovvero nell’ultimo mese di saldi invernali, la platea degli operatori intervistati è spaccata e metà: il 51% giudica che la
situazione sia migliorata,  ovvero che si sia recuperato qualcosa  rispetto ai mesi passati; per il restante 49% la situazione è  peggiorata. 

Prevale nella maggioranza un cauto ottimismo

Interpellati su quali siano stati e siano attualmente i maggiori problemi da affrontare in questa difficile fase ciclica, gli imprenditori rispondono citando anzitutto le banche (32% delle
citazioni), seguite dai rapporti con i fornitori (27% delle  citazioni) –  che chiedono tempi di pagamento troppo stretti – e il fisco (20% delle citazioni) (difficoltà di
rispettare le scadenze fiscali).

Per quanto riguarda le opinioni sul futuro prossimo della propria azienda,  la maggioranza degli imprenditori ritiene che la crisi verrà superata e che le vendite riprenderanno,
anche se ci si dovrà accontentare di guadagni minori. C’è comunque  una discreta quota  (16%) di imprenditori pessimisti, che credono che la crisi si 
aggraverà e un 7% che addirittura sta meditando di cessare l’attività

Politica locale bocciata dagli imprenditori intervistati

All’unanimità i piccoli  imprenditori dell’abbigliamento intervistati  esprimono un giudizio severo nei confronti degli amministratori  comunali e regionali, lamentando
l’assenza e/o la totale disattenzione alle questioni  sollevate dalle piccole e medie realtà da loro rappresentate:

– dai problemi della viabilità e dei parcheggi,

– alla regolamentazione delle promozioni,

– alla pianificazione commerciale;  con particolare riferimento alle aperture di grandi strutture

– all’ assenza di qualsiasi politica volta ad attenuarne l’impatto sulle PMI.

Quadro statistico su imprese e consumi

Quasi 10 mila imprese in meno  nell’abbigliamento

Nel corso del 2007-2008 le imprese del commercio di moda – intermediari, ingrosso e dettaglio – si sono ridotte di 9.676 unità pari ad un calo medio del 4%.

Nel solo commercio al dettaglio  si contano oltre 7 mila imprese in meno; tra gli intermediari e l’ingrosso di abbigliamento i dati  registrano un calo di 2.353 imprese.

La situazione più critica  nel dettaglio ha riguardato  i settori del commercio al dettaglio  di tessuti, di biancheria e camiceria, gli accessori di abbigliamento,
di  pellicce e abbigliamento in pelle.

L’unico settore in crescita è il dettaglio ambulante itinerante. Tengono le imprese del commercio al dettaglio di confezioni per bambini e  neonati.

In Italia in generi di vestiario l’8% dei consumi. In Europa il 6%

Ancora sopra alla media europea i consumi di vestiario delle famiglie italiane in termini di peso sul totale dei consumi.

Sotto la media europea Francia e Germania, mentre il Regno Unito è l’unico paese dove, nel passato decennio, è  aumentata dal 5,9% al 6,1% la quota dei consumi delle famiglie
destinata all’abbigliamento.

Le spese per vestiario per tipologia familiare

La spesa media mensile destinata all’acquisto di articoli di  abbigliamento e calzature di una famiglia numerosa (3 o più figli) è di 252 euro; quella di una coppia anziana
senza figli si ferma a 86 euro e di un anziano/a  solo/a  a solo 45 euro. In proporzione spende di più per vestire un giovane solo (142 euro) che una coppia con 1 figlio (198
euro in tre).

Due forze opposte determineranno  l’evoluzione della spesa per il vestiario  nel futuro: da un lato l’invecchiamento della popolazione e la tendenza alla riduzione della dimensione
media familiare –  che riducono la quota di spesa per i vestiti –  e, dall’altro,  la crescita di famiglie monocomponente, anche di nazionalità straniera, che tendono ad
aumentarla.

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