Corona virus – Italia e Italiani a testa alta e basta allarmismi!

Corona virus – Italia e Italiani a testa alta e basta allarmismi!

L’Italia è un paese sicuro. L’Italia ha fatto e sta facendo più di tutti gli altri paesi.

L’Italia continua a lavorare. Certo con molta attenzione. Il Corona non è la solita influenza soprattutto perché non la conosciamo.

Basta dichiarazioni allarmate. La Sanità italiana è prima al mondo…

… lasciamola lavorare. E’ il modello di sanità che il Corona ci insegna. L’Italia è già ponta a ripartire. Basta muri fra città e regioni italiani. Esiste un solo obiettivo, anzi tre: sicurezza, certezza e ripresa. Prima le zone rosse. Prima il settore più colpito che fa PIL nazionale.

 

La questione Vinitaly 2020, aperto o chiuso o posticipato,  è il meno, e lo dice un operatore del settore da 50 anni. Certo per Verona può essere una perdita di reddito. Lo stesso per il calcio: il campionato deve continuare, il campionato lo vince chi fa più goal e più punti, non certo chi fa più incassi allo stadio. Eppoi è giusto che ogni provvedimento legislativo, economico e finanziario sia: equo, giusto, solidale, proporzionato.

In termini di  “vita sociale e lavoro” vogliamo mettere sullo stesso piano lo status di Venezia con Matera? Di Codogno con Barletta? (con tutto il rispetto per Matera e Barletta…) Stesso trattamento e agevolazioni di carattere individuale e generale fra Milano e Roma? Il Corona ha colpito in primis, e forse di più, l’Italia e la dinamicità degli italiani, compreso anche il fatto che l’Italia non solo è il 5° paese al mondo per turismo ma il settore manifatturiero che lavora soprattutto con l’export, contatti e l’Italia è un paese ospitale.

Sono capibili i “temporanei” blocchi e divieti verso l’Italia, ci mancherebbe. Noi abbiamo chiuso all’inizio alla Cina in quanto considerato focolaio d’origine. E se non lo fosse? Le ricerche scientifiche, gli studi di laboratorio, le cliniche patologiche a breve ci daranno un responso, lo spero tanto e prima possibile.  per fortuna la vendemmia 2019 è lontana, il vino italiano è in cantino e chiuso ermeticamente dentro botti e bottiglie da mesi e da anni.

Quindi nessun vino italiano contagia o è contagiato. Sfatiamo tante fake news sul pericolo del cibo, alimenti e verdure: il Corona non è Cernobyl.

I voli aerei sconsigliati, è comprensibile. La temporaneità dei blocchi, ha un suo senso. La Cina è ancor più isolata: certamente l’economia di un colosso non è paragonabile al Belpaese. Basta incertezza e basta ragionare solo sui numeri: certo il Corona è un po’ più cattivo della influenza che conosciamo da 100 anni ma che ogni tanto si modifica e qualche problema lo crea.

Anche Prowein in Germania viene spostato più avanti, al 2021: una precauzione intelligente. Se per un anno non ci fossero fiere (e partite di calcio) non sarebbe la catastrofe per nessuno: prima viene la salute di tutti, anche degli ultra settantenni.

Ora deve formarsi un piano strategico nazionale economico-legislativo-funzionale-mirato che sappia trovare in “investimenti”, e non in “assistenza”, le giuste soluzioni. Qualche economista italiano e non si è già chiaramente espresso: cogliamo l’occasione. Basta frasi fatte e di maniera da parte dei personaggi del vino.

Il vino e il calcio non sono così importanti come l’intero Paese Italia. si dice che nel mondo circa 700 milioni di persone sono potenzialmente a rischio, “viventi” in area dove il Corona virus si è manifestato: non è un problema italiano, di divieto a venire in vacanza in Italia.

Anche il Governo Europeo deve dimostrare di esistere e di essere capace (visto anche quanto costa burocraticamente e istituzionalmente) di intervenire oltre alla moneta unica, Schengen, Bce, spread, austerity verso alcuni paesi.

Due le cause fondamentali: la malattia e la paura.

La prima necessità di un rinnovamento e scelte nuove della Sanità, e spero che l’attuale ministro speranza sia in grado e aiutato in modo egregio soprattutto in termini di logistica, strutture, infrastrutture, nuove esigenze patologiche. La seconda causa è più difficile, lunga: certo è che la paura non fa andare al ristorante, al bar, al cinema, a teatro ( intanto il Louvre a Parigi ha già riaperto!) ma trattasi di imprese private già interessate dalla crisi economica e non fa consumare benzina, non fa andare nei negozi…e c’è bisogno di una considerazione occasionale, mirata, temporanea.

Un altro conto sono le start up, le pmi, le piccole imprese artigianali “ con dipendenti” e con un fatturato principale  “nazionale” ad ave bisogno di tutt’altro intervento da parte del sistema legislativo, fiscale, tributario.

Una altra forma diversa spetta a tutti i settori dell’export e del turismo: due canali che pesano sulla bilancia dei pagamenti negli scambi commerciali, che rappresentano insieme circa il 50% del bilancio annuale dello Stato, che mensilmente (30 giorni) valgono dai 12 ai 16 mld/euro (dati Istat 2019).

Qui occorre intervenire sui dipendenti e sui costi variabili, non assistenzialismo ma formule integrate che vedono l’imprenditore privato (e pubblico con gli stessi parametri) cogliere l’occasione per ammortizzare alcuni investimenti innovativi e ammodernare gli impianti comunicazioni, mediatici e di lungo periodo con investimenti che garantiscano la vita dell’impesa non il reddito momentaneo.

Per tornare al vino: basta dichiarazioni superficiali. Già a gennaio 2020 avevamo come Ovse registrato da indagini di mercato-consumi un calo degli ordini e consegne di vino italiano (ma anche francese, cileno, argentino e spagnolo) in Cina, in Usa , in UK, in Germania.

Il potere di acquisto e la disponibilità di spesa delle famiglie cinesi, inglesi e tedesche è già in calo da fine 2019.   Se a questo sommiamo i minori consumi interni già ridotti al lumicino e abbandonati da anni da qualunque politica di sostegno al mercato interno, all’aumento della disoccupazione giovanile (+1,7% a gennaio 2020), alla riduzione di laureati, al calo del numero di negozi, piccole imprese e start up…. credo sia urgente porre mano pesantemente al portafoglio “pubblico”, anche attraverso riduzioni della spesa pubblica improduttiva, cercando formule di solidarismo orizzontale interno ai settori burocratici che hanno la certezza del posto fisso.

Non propongo una visione “statalista” pubblica ovunque ma il binomio crisi economica e crisi salutare può passare solo attraverso una revisione globale del modello sociale e civile. Spero nella benedizione intelligente dei sindacati dei lavoratori e nella consapevolezza dei grandi industriali.

Infine il Corona virus ha bloccato soprattutto le tre regioni-traino del Paese (Emilia, Lombardia, Veneto), non autonome, e questo è un altro aspetto che si va a sommare in termini di non entrate per il bilancio dello Stato, aggravando ancor più la situazione. Mi auguro in un piano strategico “da cavallo” e anche un po’ di  lacrime e sangue,  ma doverosamente o opportunamente a scalare,  partendo come maggior sacrificio dall’alto verso il basso, dalle posizione garantite a quelle precarie.

 

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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