Contro i cenoni da dopoguerra

Contro i cenoni da dopoguerra

Un cenone di 22 portate e poi lo zampone e le lenticchie dopo il brindisi di mezzanotte. Ci sono tutti i classici: dal vol au vent ai gamberetti in salsa rosa; dal salmone alle pennete agli
scampi e l’ultima portata dopo i secondi sono i peperoni con la bagnacauda, un vero e proprio digestivo.

E’ uno dei tanti cenoni di Capodanno pubblicizzati sui giornali alla modica cifra di 60 euro. “Ma ha ancora senso tutto questo?” A domandarselo è il critico enogastronomico Paolo
Massobrio, autore di un vero successo come il libro per la famiglia “Adesso, 365 giorni da vivere con gusto”, che è in mano a più di 25.000 persone. E in questi 365 giorni, a quanto
si legge nella pagina che precede il Capodanno, non c’è spazio per un menu del genere che è assai lontano da ciò che l’autore del Golosario addita come “gusto”.

“Siamo fermi al dopoguerra, ai modelli del mangiare tanto per esorcizzare la fame, ma oggi se c’è una guerra è quella contro il disordine che noi stessi abbiamo creato – tuona il
critico col Papillon – siamo in una società ipernutrita, grassa e senza tante idee”.
Il Cenone di Capodanno mette così in risalto altre contraddizioni. E Massobrio le elenca: “Il primo è lo spreco, giacchè non tutti sono in grado di sopportare i cenoni di una
volta. E davvero non ha senso tutta questa quantità. Il secondo è la solitudine, perchè anziché proporre momenti di festa, si invita a stare a tavola per ore,
masticando. Ed è una noia”. E il terzo aspetto? “Gli asparagi e le fragole”. Prego? “La cartina di tornasole di tutti questi menu abbondanti è che infilano una serie di prodotti che
nulla hanno a che vedere con la stagionalità. Ed è una continua macedonia di involtini di asparagi (ma non crescono ad aprile?) o di fragole messe in tutti i modi (quelle che da noi
arrivano a maggio).

“La quantità – dice Massobrio – fa rima con stupidità, perchè non lascia spazio al gusto delle cose in quanto tale. E nei menu guai a citare un’insalata fresca (non porta
soldi), mentre sarà sempre più difficile trovare un ristorante che cucini alla carta, permettendo a chi si reca a mangiare fuori di chiedere ciò che gli serve per non vivere
un disagio. E così arriva il consiglio per il Capodanno: “Un piatto di sostanza e tutto il resto in tavola, affinchè ognuno si serva di ciò che desidera, senza quelle
maratone noiose e prive di senso. Piuttosto si ricominci a cantare e a giocare, ad ascolatre insieme qualcosa che sia bello. E poi a mezzanotte, il botto non sia la violenza su uno spumante, ma
si apra la migliore bottiglia che si ha in cantina. Abbiano bisogno di segni di affetto ben diversi dall’omologazione e dalla quantità, abbiano bisogno di tornare a usare cibo come
comunicazione di un affetto, non come ostentazione di uno status, piuttosto omologato. Il cenone è servito”.

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