Coldiretti: «grano crolla del 5%, il pane no»
17 Marzo 2008
Il prezzo del grano crolla di oltre il 5 per cento in un solo giorno e scende sui 0,27 euro al chilo al Chicago Board of Trade, che rappresenta il punto di riferimento del commercio
internazionale delle materie prime agricole.
Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare che il prezzo del grano ha invertito la rotta per aprire la settimana con un segno negativo ed un prezzo fissato per bushel (pari a 27,2 chili) pari
11,35 dollari, nel giorno di apertura per i future con consegna a maggio.
Come già accaduto nel passato la riduzione del prezzo del grano – sottolinea la Coldiretti – non si traduce in un calo dei prezzi di vendita del pane il cui costo dipende per quasi il 90
per cento da fattori diversi dalla materia prima. Lo dimostra il fatto che mentre il prezzo del grano è fissato quotidianamente dal Chicago Board of Trade e praticamente non varia da
Paese a Paese il prezzo medio del pane – precisa la Coldiretti – raddoppia tra Napoli (1,90 euro/chilo) e Milano (3,56 euro/chilo) mostrando un forte variabilità nelle diverse
città con valori che variano tra i 3,45 euro al chilo a Bologna, 2,55 euro al chilo a Palermo, 2,43 a Torino, 2,26 a Roma e 2,20 a Bari.
Il contenimento dei prezzi dei prodotti alimentari a vantaggio dei consumatori – sostiene la Coldiretti – non si affronta riducendo quello dei prodotti agricoli che riesce a malapena a coprire
i costi di produzione ma eliminando le diseconomie nel percorso dei prodotti dal campo alla tavola lungo il quale in media i prezzi aumentano di cinque volte che diventano dieci dal grano al
pane. Se la riduzione dei prezzi agricoli è un obiettivo che farà senza dubbio piacere alle grandi industrie alimentari non si può dire altrettanto per gli imprenditori
agricoli che nel 2007 – precisa la Coldiretti – hanno visto ridursi i propri redditi del 2 per cento.
Occorre invece – conclude la Coldiretti – ridurre la forbice insostenibile tra prezzi alla produzione e al consumo intervenendo sulle filiere inefficienti che perdono valore ma anche lavorare
sulla programmazione di filiera alla quale l’agricoltura italiana può rispondere positivamente grazie alla flessibilità introdotta con la riforma della politica agricola.




