Cipolla rossa di Breme, il premio MangiaSano alla “dolcissima” della Lomellina
24 Ottobre 2026
A Milano il riconoscimento all’Associazione produttori, rappresentata da Marco Aceti. Coltivata interamente a mano, la cipolla rossa di Breme unisce storia millenaria, tutela della biodiversità e collaborazione con l’Università di Pavia.
Dieci mesi di lavoro, tutto a mano, per una cipolla che conquista soprattutto per la dolcezza. La cipolla rossa di Breme è stata protagonista sabato 24 ottobre 2026 a Milano, al Centro studi Emilio Caldara di via De Amicis, dove l’Associazione dei produttori, rappresentata da Marco Aceti, ha ricevuto il Premio MangiaSano Lombardia dedicato a Guido Pollice.
Il riconoscimento, nell’ambito dell’incontro “Una terra sana per un cibo sano”, promosso da Verdi Ambiente e Società, accende i riflettori su una produzione che custodisce biodiversità, cultura contadina e identità gastronomica. Dietro il soprannome di “dolcissima” c’è una comunità che ha saputo salvare una coltivazione antica e restituirle un futuro.

Una storia millenaria tra Sesia, Po e monaci della Novalesa
Breme si trova nella bassa Lomellina, in provincia di Pavia, vicino alla confluenza del Sesia nel Po. Qui l’agricoltura deve molto all’acqua e ai terreni di origine alluvionale: una combinazione che contribuisce alle caratteristiche di questa cipolla e rende il legame con il luogo di produzione tutt’altro che un dettaglio promozionale.
La sua storia rimanda ai monaci benedettini provenienti dall’abbazia della Novalesa, in Val di Susa, che all’inizio del X secolo trovarono rifugio in Lomellina per sfuggire alle incursioni saracene. Intorno all’abbazia di San Pietro si sviluppò una tradizione orticola destinata ad attraversare i secoli. La cipolla rossa ne è diventata una delle espressioni più riconoscibili.
Dieci mesi di coltivazione, tutto a mano
La coltivazione è interamente manuale, dalla cura delle piantine alla rimozione delle erbe infestanti, fino alla raccolta. Come racconta Aceti, i produttori lavorano anche con l’Università di Pavia per contrastare le malattie fungine senza ricorrere ai pesticidi. Il sapere contadino incontra così la ricerca scientifica, con l’obiettivo di proteggere le piante e preservare la qualità del prodotto.
È un lavoro che richiede pazienza e una presenza costante nei campi. Dalla semina estiva alla raccolta, che comincia a giugno, trascorrono circa dieci mesi. Un impegno che spiega perché questa produzione non possa essere moltiplicata semplicemente all’arrivo di nuovi ordini. La domanda corre, ma la terra conserva il proprio calendario.
La tutela De.Co. e il Presidio Slow Food
Il riconoscimento della Denominazione comunale di origine, ottenuto nel 2008, ha rafforzato la tutela della cipolla di Breme. A questo percorso si è aggiunto, nel 2020, il Presidio Slow Food, con un disciplinare che pone attenzione alla fertilità del suolo, alle rotazioni e all’esclusione dei diserbanti. L’origine e il metodo di coltivazione diventano così elementi concreti di riconoscibilità.
A tavola, la “dolcissima” si distingue per la consistenza croccante e il gusto delicato. È apprezzata anche cruda e per la sua digeribilità: nell’insalata alla bremese incontra tonno e fagioli, mentre in cucina trova spazio in zuppe, frittate e preparazioni in agrodolce. Confetture, composte e mostarde consentono inoltre di valorizzarla oltre la breve stagione del fresco.
Una produzione limitata e richieste dall’Europa
Dal racconto di Aceti emerge una produzione ancora limitata, distribuita fra piccoli appezzamenti e una rete di produttori locali. I numeri indicati durante l’incontro sono circa 2.000 quintali e 23 soci, a fronte di richieste che arrivano anche da diversi Paesi europei e che non sempre è possibile soddisfare.
Il successo porta con sé anche la necessità di difendere il nome. Aceti richiama il problema delle cipolle commercializzate come “di Breme” senza appartenere alla filiera autentica: una questione che rende essenziale conoscere il produttore e verificare la provenienza. Per una specialità legata a un territorio così circoscritto, la tracciabilità tutela sia chi acquista sia chi sostiene i costi della coltivazione.
La sagra di giugno e il legame con il territorio
Il momento in cui questo rapporto fra prodotto e comunità diventa più evidente è la Sagra della cipolla rossa, a giugno. Nata nel 1982 per iniziativa della Polisportiva Bremese, la manifestazione richiama migliaia di appassionati. Secondo le cifre ricordate all’incontro, circa 12.000 presenze in un borgo di circa 700 abitanti: numeri che raccontano quanto un prodotto agricolo possa diventare occasione di incontro e conoscenza del territorio.
Il premio milanese riconosce questo lavoro collettivo. Salvare una varietà significa continuare a coltivarla, remunerare chi la produce e trasmettere competenze che nessun disciplinare, da solo, potrebbe mantenere vive.
La cipolla rossa di Breme dimostra che anche un ortaggio può dare voce a un territorio. E che la dolcezza, in agricoltura, è spesso il risultato di un lavoro tutt’altro che leggero.
Per conoscere la storia, i produttori, i punti di acquisto e le iniziative dedicate alla “dolcissima”: www.cipollarossabreme.it.
Articolo aggiornato al 24 ottobre 2026. Gli articoli pubblicati sono realizzati a firma dell’Autore, o della Redazione, con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per attività di ricerca, organizzazione e revisione. L’impostazione editoriale, la selezione delle fonti e la responsabilità dei contenuti sono della Redazione Newsfood.







