Al 45° Vinitaly c’era anche il Vino Parlante

Al 45° Vinitaly c’era anche il Vino Parlante

I dati, a chiusura del 45° Vinitaly, stanno a dimostrare il crescente interesse dei buyer stranieri per il vino Made Italy. La loro presenza fa bene
sperare, dopo il recente ristagno, per le nostre esportazioni tanto da far dire a voci autorevoli del settore, che salvo contrattempi dell’ultim’ora, ormai tutto volge al meglio. E questo
è un bene non solo per la nostra tutt’ora traballante economia ma soprattutto per il nostro settore vitivinicolo: uno degli assi portanti dell’agricoltura italiana. E quando parliamo di
vino intendiamo aggiungere anche l’oleario che di anno in anno sta conquistando sempre più spazio sul mercato internazionale.

Si calcola che nelle giornate riservate al business gli stranieri siano cresciuti del 10% con la Germania in testa seguita da USA, Canada, Inghilterra, Francia, Svizzera, Austria, Nord ed Est
Europa (soprattutto Russia), Cina, Hong Kong e, cosa molto interessante se si fa mente a quello che sta accadendo in quel paese, dal Giappone.

In totale negli immensi padiglioni della Fiera Veronese quasi 160 mila persone hanno avvertito la necessità di conoscere direttamente quello che i cantinieri, molto spesso con cantine a
conduzione familiare, hanno saputo produrre.

C’è stato chi -non essendo essendo viticoltore, è bene precisarlo- ha pensato di creare il Vino Parlante. L’ideatore della novità
è un pubblicitario dell’hinterland milanese. S’è detto: se da una parte ogni anno al Vinitaly si premia anche la più bella etichetta, perché non utilizzarla per
parlare delle qualità del vino contenuto nella bottiglia? E’ vero che sull’etichetta sono riportate tante informazioni per dire se si tratta di vino da tavola, I.G.T., D.O.C. o D.O.C.G:
la zona di produzione e altri dati generici che vanno bene per il sommelier e per l’esperto, ma come stanno le cose per il comune consumatore?

Da qui l’idea di trasformare l’etichetta in un riassunto scritto (in italiano per il nostro mercato e in lingua straniera per l’estero) che descrive la località dove si trova la vigna,
le bellezze paesaggistiche del luogo, le caratteristiche dell’azienda di produzione, la quantità delle bottiglie di quel tipo di vino prodotte, l’annata, gli aromi, il modo di
coltivazione e molto altro ancora.

Insomma col pieghevole che sta dietro l’etichetta il consumatore oltre a godere del nettare del contenuto può arricchire, se lo desidera, anche le proprie basi culturali venendo a
conoscenza del lavoro che sta dentro ogni bottiglia di vino. Questo è il “mistero” del Vino Parlante! Lo potete trovare nei locali (ristoranti, boutique, enoteche e altri) che espongono
l’affiche a forma di bicchiere con scritto “Vino parlante”.

Al Vinitaly in un piccolo stand del Piemonte la signora Massimiliana Spigola dell’azienda Castello di Tassarolo (Al) che produce solo bio ci ha parlato oltre che delle 5 qualità del suo
vino (Spinola, Il Castello, Aborina, Spinola “No solfiti aggiunti” e Cuvèe “No solfiti aggiunti”) delle novità che tra breve caratterizzeranno la coltivazione dei suoi 20 ettari
di vigna.

A giorni arriveranno dalla Francia dei cavalli che saranno utilizzati (dai nostri cugini francesi questo metodo sta dando ottimi risultati) per arare il terreno, abbandonando per sempre i
piccoli trattori meccanici. A quel punto le 130 mila bottiglie che annualmente escono dalla cantina del Castello saranno ancor più il puro frutto di vitigni coltivati con sovescio e
trattati per combattere i parassiti con puro zolfo di cava e irrorati col rame e calce con zero assoluto di CO 2.

Siamo nella zona del Gavi, cioè nel Basso Piemonte dove molte fattorie stanno trasformando la loro produzione, vista la tendenza del mercato, nel biologico che, stando alle notizie, anno
dopo anno conquista spazi sempre più estesi.

Il Castello di Tassarolo risale all’ XI° secolo: è di proprietà dei Tassarolo dal 1300 e sorge a 5 miglia da Serravalle. Da sempre i suoi vini sono prodotti nel rispetto della
natura.Tanto più ora, con l’arrivo dei cavalli per lavorare la terra..

Che il biologico è in continua crescita nel nostro paese ne abbiamo avuta conferma anche dalla cantina “L’Antica Quercia” di Scomigo di Conegliano (TV). Dal 2007 -dopo aver fatto
riposare per tre anni il terreno al fine di purificarlo- i 25 ettari del suo vigneto è stato trasformato in bio. A far prendere questa strada sono state anche le persistenti richieste
della clientela estera. Le sue 100 mila bottiglie (Prosecco frizzante; Le Morene; Prosecco brut; Rosso Bruscade; Matiù; Ariò; Grappa di Prosecco) in larga parte vanno verso il
Nord Europa, la Svizzera, l’Inghilterra, la Russia, Stati Uniti e di recente anche in Cina.

Le ottime previsioni di sviluppo per il prossimo futuro stanno a dimostrare che la diffusione crescente delle notizie sul mangiare e bere genuino stanno avendo una persistente presa sul
consumatore, indipendentemente dal parallelo o meridiano nel quale esso viva.

A Lamezia Terme (CZ), in un punto strategico della Calabria, da ben cinque generazioni opera un’azienda che è un valido esempio per tutti coloro che del vino ne hanno fatto una ragione
di vita. Manuela Lento è la rappresentante della attuale generazione e nel parlarci delle Tenute Lento ci ha fatto capire con quanta passione viene seguita la tecnica per avere dai
vitigni il meglio che la natura può offrire.

Le cifre dell’imbottigliato sono una cosa incredibile. Si parla di centinaia di migliaia di bottiglie a seconda della qualità e -poiché la stragrande maggioranza è
destinata all’estero- per ogni tipo di vino. Un esempio per tutti: in Canada vengono inviate ogni anno (spesso battendo la concorrenza francese) decine di migliaia di bottiglie di “Lamezia
Riserva”, un rosso di 13,5 % ricavato con uve magliocco, greco nero e nerello. Ma i vini che maggiormente trovano le vie oltre confine -sono di ben 12 qualità- vanno ricercati tra il
rosso (Federico II) e il bianco (Contessa Emburga). Siamo tra i vini di alto lignaggio e che i sommelier consigliano nei grandi ristoranti. Che le cose vanno nel giusto verso lo stanno a
dimostrare le richieste in costante crescita da parte dei venditori esteri..

In Toscana, nella zona declamata dal Carducci, da un po di tempo a questa parte si sente molto spesso parlare delle novità, in fatto delle sue vendemmie, che raggiungono qualità
eccelse. Baterebbe il nome Sassicaia per chiudere il discorso. Una spiegazione delle crescenti potenzialità del territorio di Bolgheri doveva darcela l’ingegnere Felice Tirabasso della
Fattoria “Campo alla Sughera” ricordandoci che a dare un forte risveglio a tutta la zona è stata la messa in opera, non molti anni fa, dei vitigni francesi che hanno trovato nel terroir
l’ambiente adatto per avere dei raccolti pregiati e che gli enologi hanno saputo trasformare in vere perle per il palato.

La “Campo alla Sughera” è un’azienda giovane in quanto nata nel 1998 con un vigneto di 20 ettari tra Cabernet sauvignon, Cabernet franc, Merlot, Petit Verdot, Vermentino, Sauvignon Blanc
e Chardonnay.

Dalla sua cantina (si trova 10 metri sotto terra) escono vini dai nomi prestigiosi come: Arnione, Adeo, Achenio, Arioso e Campo alla Sughera (un toscano Rosso IGT). Infine si producono una
Grappa Arnione e dell’olio d’oliva extravergine Toscano.

Lavorando con intelligenza e facendo molti sacrifici -come è dimostrato in quel di Bolgheri- i risultati positivi (le richieste di vino sono in costante crescita) non tardano ad
arrivare.

Se voltete potete fare una visita all’azienda telefonando allo 0565 766936 per fissare un’appuntamento e per compiere con l’occasione , magari, anche una escursione nella vicina Riserva
Faunistica di Bolgheri.

Bruno Breschi
per Newsfood.com

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