Fismo Confesercenti: nel settore moda è già primavera?
17 Marzo 2009
La FISMO, Federazione italiana del settore moda della Confesercenti, ha condotto nella seconda settimana di Febbraio 2009 un’indagine presso una platea di operatori indipendenti del settore
abbigliamento, tessuti e calzature, localizzati in dodici province italiane; cinque del Nord (Torino, Brescia, Venezia, Savona, Padova), tre del Centro (Firenze, Pisa e Ascoli P.) e quattro del
Sud (Bari, Brindisi, Salerno e Reggio Calabria). Un imprenditore su tre è donna. La maggioranza ha dipendenti (82%); circa due attività su dieci sono in franchising.
L’indagine era mirata a cogliere il punto di vista degli imprenditori commerciali sulla crisi dei consumi e sulle prospettive future, nonché le loro valutazioni sui vantaggi o
svantaggi per le imprese delle scelte della politica locale
Settore in crisi; con i saldi recupera solo un imprenditore su due
La maggioranza degli imprenditori (46% 14%) considera il proprio settore un settore in crisi, anche se per qualcuno si tratta di una crisi meno grave di quella dell’industria. Il resto
degli imprenditori ritiene che ci siano state delle perdite, ma non crede si possa parlare di crisi.
Sull’andamento più recente degli affari, ovvero nell’ultimo mese di saldi invernali, la platea degli operatori intervistati è spaccata e metà: il 51% giudica che la
situazione sia migliorata, ovvero che si sia recuperato qualcosa rispetto ai mesi passati; per il restante 49% la situazione è peggiorata.
Prevale nella maggioranza un cauto ottimismo
Interpellati su quali siano stati e siano attualmente i maggiori problemi da affrontare in questa difficile fase ciclica, gli imprenditori rispondono citando anzitutto le banche (32% delle
citazioni), seguite dai rapporti con i fornitori (27% delle citazioni) – che chiedono tempi di pagamento troppo stretti – e il fisco (20% delle citazioni) (difficoltà di
rispettare le scadenze fiscali).
Per quanto riguarda le opinioni sul futuro prossimo della propria azienda, la maggioranza degli imprenditori ritiene che la crisi verrà superata e che le vendite riprenderanno,
anche se ci si dovrà accontentare di guadagni minori. C’è comunque una discreta quota (16%) di imprenditori pessimisti, che credono che la crisi si
aggraverà e un 7% che addirittura sta meditando di cessare l’attività
Politica locale bocciata dagli imprenditori intervistati
All’unanimità i piccoli imprenditori dell’abbigliamento intervistati esprimono un giudizio severo nei confronti degli amministratori comunali e regionali, lamentando
l’assenza e/o la totale disattenzione alle questioni sollevate dalle piccole e medie realtà da loro rappresentate:
– dai problemi della viabilità e dei parcheggi,
– alla regolamentazione delle promozioni,
– alla pianificazione commerciale; con particolare riferimento alle aperture di grandi strutture
– all’ assenza di qualsiasi politica volta ad attenuarne l’impatto sulle PMI.
Quadro statistico su imprese e consumi
Quasi 10 mila imprese in meno nell’abbigliamento
Nel corso del 2007-2008 le imprese del commercio di moda – intermediari, ingrosso e dettaglio – si sono ridotte di 9.676 unità pari ad un calo medio del 4%.
Nel solo commercio al dettaglio si contano oltre 7 mila imprese in meno; tra gli intermediari e l’ingrosso di abbigliamento i dati registrano un calo di 2.353 imprese.
La situazione più critica nel dettaglio ha riguardato i settori del commercio al dettaglio di tessuti, di biancheria e camiceria, gli accessori di abbigliamento,
di pellicce e abbigliamento in pelle.
L’unico settore in crescita è il dettaglio ambulante itinerante. Tengono le imprese del commercio al dettaglio di confezioni per bambini e neonati.
In Italia in generi di vestiario l’8% dei consumi. In Europa il 6%
Ancora sopra alla media europea i consumi di vestiario delle famiglie italiane in termini di peso sul totale dei consumi.
Sotto la media europea Francia e Germania, mentre il Regno Unito è l’unico paese dove, nel passato decennio, è aumentata dal 5,9% al 6,1% la quota dei consumi delle famiglie
destinata all’abbigliamento.
Le spese per vestiario per tipologia familiare
La spesa media mensile destinata all’acquisto di articoli di abbigliamento e calzature di una famiglia numerosa (3 o più figli) è di 252 euro; quella di una coppia anziana
senza figli si ferma a 86 euro e di un anziano/a solo/a a solo 45 euro. In proporzione spende di più per vestire un giovane solo (142 euro) che una coppia con 1 figlio (198
euro in tre).
Due forze opposte determineranno l’evoluzione della spesa per il vestiario nel futuro: da un lato l’invecchiamento della popolazione e la tendenza alla riduzione della dimensione
media familiare – che riducono la quota di spesa per i vestiti – e, dall’altro, la crescita di famiglie monocomponente, anche di nazionalità straniera, che tendono ad
aumentarla.





