Il popolo si è rotto? Segnali da consumi, territori e geopolitica by Giampietro Comolli
23 Settembre 2026
L’Italia entra nell’autunno 2026 tra inflazione, consumi prudenti, grandi differenze territoriali e nuove tensioni internazionali. Non è una rivolta del “popolo”, ma esistono segnali economici e sociali che politica e istituzioni farebbero male a ignorare.
Newsfood.com, 23 settembre 2026
di Giampietro Comolli
Il popolo si è rotto? Segnali da consumi, territori e geopolitica
L’Italia entra nell’autunno 2026 tra inflazione, consumi prudenti, grandi differenze territoriali e nuove tensioni internazionali. Non è una rivolta del “popolo”, ma esistono segnali economici e sociali che politica e istituzioni farebbero male a ignorare.
Con il ritorno a scuola di figli e nipoti, la riapertura delle fabbriche, la fine delle vacanze e la ripresa a pieno ritmo della vita quotidiana, settembre è sempre il mese nel quale le famiglie italiane tornano a fare i conti.
Quelli veri.
Bollette, supermercato, carburanti, scuola, mutuo o affitto, trasporti. E magari qualche cena fuori, se resta qualcosa.
Da qui nasce una domanda volutamente provocatoria:
il popolo si è rotto?
Forse è eccessivo dirlo. Ma che una parte degli italiani stia diventando molto più prudente nel consumare e molto più sensibile al costo della vita è difficile negarlo.
Spendere di più per comprare di meno
I dati sui consumi alimentari sono emblematici.
A luglio 2026, rispetto allo stesso mese del 2025, le vendite al dettaglio complessive sono cresciute in valore ma diminuite in volume. Negli alimentari il fenomeno è ancora più evidente: +0,3% in valore e -1% in quantità.
Significa una cosa molto semplice: lasciamo più soldi alla cassa ma portiamo a casa meno prodotti.
E l’inflazione non pesa allo stesso modo su tutti.
Nel secondo trimestre 2026 l’aumento dei prezzi misurato dall’IPCA è stato del 3,7% per le famiglie con livelli di spesa più bassi, contro il 2,6% per quelle con maggiore capacità di spesa.
Per una famiglia con reddito basso, dunque, lo stesso aumento dei prezzi può diventare molto più doloroso.
Vacanze: l’Italia piace, soprattutto agli stranieri
Anche il turismo merita qualche precisazione.
Non è corretto parlare genericamente di crollo dell’estate italiana.
Nel secondo trimestre 2026 le presenze nelle strutture ricettive sono aumentate del 3,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Ma c’è un particolare interessante: gli stranieri rappresentano ormai il 61,6% delle presenze complessive. Le loro presenze sono cresciute del 4,6%, quelle degli italiani del 2,7%.
L’Italia turistica quindi continua ad attrarre.
Ma il successo turistico del Paese non equivale automaticamente a un aumento della capacità di spesa delle famiglie italiane.
Sono due fotografie differenti.
Da Bolzano alla Campania: esistono Italie molto diverse
C’è poi una questione che continuiamo a sottovalutare: il costo e il tenore della vita cambiano enormemente lungo la penisola.
I dati Istat territoriali lo dimostrano.
Nel 2024 il PIL pro capite era di 61.600 euro nella Provincia autonoma di Bolzano, mentre in Calabria era di 21.700 euro.
Il reddito disponibile medio delle famiglie del Mezzogiorno era di 17.800 euro per abitante, contro 25.900 euro nel Centro-Nord.
Anche i consumi raccontano Italie differenti: la spesa media per abitante era di 24.600 euro nel Nord-Ovest e di appena 17.000 euro nel Mezzogiorno.
Attenzione però a non trarre la conclusione più facile.
Un reddito più elevato non significa automaticamente vivere meglio: nelle aree economicamente più forti possono essere molto più elevati anche abitazione, servizi e altri costi.
Per questo sarebbe interessante che il dibattito pubblico italiano utilizzasse molto di più gli indici territoriali del costo della vita, invece di ragionare soltanto attraverso medie nazionali.
Lo stesso stipendio non vale allo stesso modo dappertutto
Questa è la questione concreta.
Quanto valgono realmente 2.000 o 2.500 euro netti al mese a Milano, Torino, Roma, Bari o Benevento?
Non basta conoscere lo stipendio.
Bisogna sottrarre affitto o mutuo, trasporti, energia, alimentari, servizi per i figli e tutte le altre spese indispensabili.
È possibile quindi che una famiglia nominalmente più ricca abbia un margine economico effettivamente disponibile inferiore a quello di una famiglia con reddito minore residente in un territorio meno costoso.
Se vogliamo discutere seriamente di salari e povertà, dovremo prima o poi affrontare anche questo problema.
Nord e Sud: l’autonomia economica esiste già nei fatti
Il dibattito sui LEP e sull’autonomia differenziata è politico e istituzionale.
Ma dietro c’è una realtà economica precedente a qualsiasi riforma: le regioni italiane partono da condizioni profondamente differenti.
Reddito, occupazione, infrastrutture, sanità, servizi, capacità fiscale, produttività e costo della vita non sono uniformi.
Per questo qualunque riforma dell’autonomia dovrebbe rispondere a due esigenze apparentemente contrapposte: responsabilizzare maggiormente chi amministra e contemporaneamente garantire livelli essenziali dei servizi ai cittadini indipendentemente dal luogo nel quale sono nati o risiedono.
Il cittadino dovrebbe venire prima del codice postale.
La politica dovrebbe tornare ad ascoltare
Non voglio trasformare queste considerazioni economiche in un ragionamento partitico.
Ma una domanda alla politica la farei.
Siamo sicuri di sapere quali siano oggi le vere priorità degli italiani?
Non quelle raccontate quotidianamente dai leader dei partiti, dalle televisioni o dai social.
Quelle delle famiglie.
Soprattutto dei giovani sotto i trent’anni e delle famiglie tra trenta e cinquant’anni che devono mettere insieme lavoro, casa, figli, scuola, assistenza ai genitori e prospettive per il futuro.
Non serve necessariamente un referendum.
Servirebbero forse strumenti permanenti e seri di ascolto, accompagnati da dati, analisi territoriali e valutazioni degli effetti delle politiche pubbliche.
Prima Repubblica? Attenzione alla nostalgia
Qualcuno potrebbe chiedersi se si stesse meglio nella cosiddetta Prima Repubblica.
Non credo sia una domanda alla quale si possa rispondere semplicemente sì o no.
Era un’altra Italia e soprattutto un altro mondo.
Esistevano crescita demografica, condizioni geopolitiche, struttura industriale, debito, inflazione e rapporti internazionali completamente differenti.
La politica disponeva inoltre di grandi partiti di massa capaci, nel bene e nel male, di mediare interessi sociali differenti.
Quel modello aveva però anche costi e distorsioni che Tangentopoli contribuì drammaticamente a portare alla luce.
Non serve ricostruire il passato.
Può servire recuperare la capacità di mediazione e di progettazione di lungo periodo.
Guerra e geopolitica: l’Europa deve trovare una propria voce
Ucraina, Medio Oriente, energia, commerci internazionali: le tensioni geopolitiche incidono ormai direttamente sul nostro carrello della spesa.
Su guerre e soluzioni diplomatiche esistono naturalmente posizioni politiche profondamente differenti.
Una cosa però dovrebbe accomunare tutti: la necessità che l’Europa aumenti la propria capacità diplomatica, economica, energetica e di sicurezza.
L’Unione europea non può limitarsi a reagire alle decisioni prese a Washington, Mosca o Pechino.
Deve riuscire a definire e difendere interessi comuni europei.
Un’Europa che faccia meno cose, ma quelle importanti?
Forse dovremmo avere il coraggio di porci anche questa domanda.
L’Europa deve occuparsi di tutto oppure concentrarsi maggiormente sui grandi problemi che nessun singolo Stato può affrontare efficacemente da solo?
Difesa e sicurezza comune, energia, grandi infrastrutture, tecnologia, intelligenza artificiale, politica industriale, ambiente, ricerca, politica estera e alcune grandi questioni fiscali sono temi inevitabilmente sovranazionali.
Su altre materie può invece avere senso lasciare maggiore libertà agli Stati e ai territori, purché siano garantiti diritti fondamentali comuni.
Non significa meno Europa.
Potrebbe significare un’Europa più concentrata sulle cose che contano davvero.
L’uovo oggi o la gallina domani?
Arriviamo così alla domanda più scomoda.
Quanto siamo disposti a rinunciare oggi per lasciare qualcosa di migliore ai nostri figli e nipoti?
È facile chiedere meno tasse, più servizi, pensioni migliori, sanità gratuita, trasporti efficienti, energia economica, maggiore sicurezza e contemporaneamente nessuna riduzione delle agevolazioni di cui ciascuno beneficia.
Molto più difficile stabilire delle priorità.
Forse dovremmo cominciare proprio da qui.
Scuola, asili, sanità, formazione professionale, ricerca, casa, sicurezza, trasporto pubblico, infrastrutture energetiche e lavoro produttivo non sono soltanto spese.
Se ben progettati sono investimenti generazionali.
Anche la transizione energetica richiede scelte
C’è infine una contraddizione che continuo a vedere.
Vogliamo energia meno cara, meno emissioni, minore dipendenza dall’estero e maggiore sicurezza energetica.
Poi però una centrale, un elettrodotto, una diga, un impianto fotovoltaico o delle pale eoliche devono pur essere costruiti da qualche parte.
Questo non significa autorizzare qualunque progetto.
Paesaggio, biodiversità, salute e comunità locali devono essere tutelati.
Ma significa accettare una realtà elementare:
non esiste transizione energetica senza infrastrutture energetiche.
Bisogna scegliere dove, come e con quali garanzie realizzarle.
Dire contemporaneamente no a tutto non è una politica energetica.
Il popolo si è davvero rotto?
Non lo sappiamo.
E sarebbe sbagliato trasformare qualche segnale economico o qualche protesta in una presunta volontà collettiva di sessanta milioni di italiani.
Ma alcuni segnali meritano attenzione.
Famiglie che comprano meno alimentari in volume. Inflazione che pesa maggiormente sui redditi bassi. Enormi differenze territoriali. Giovani che devono costruirsi un futuro in un Paese che cresce lentamente. Un sistema produttivo che deve affrontare energia cara e concorrenza internazionale. Un’Europa alla ricerca di un proprio ruolo geopolitico.
Forse “il popolo si è rotto” è una provocazione.
Ma la domanda che contiene è seria:
quanto tempo può reggere una società nella quale una parte crescente dei cittadini percepisce che il proprio sacrificio quotidiano non costruisce un futuro migliore?
Questa, più che una domanda alla maggioranza o all’opposizione, è una domanda alla politica.
A tutta la politica.
Giampietro Comolli
Giampietro Comolli
Fonti:

Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli
Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.
Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare,
vitivinicolo, turistico e dei consumi.
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici
mercato consumi distretti produttivi






