Italia, deficit sotto controllo ma il debito cresce: il vero problema è trovare risorse per investire

Italia, deficit sotto controllo ma il debito cresce: il vero problema è trovare risorse per investire

By Giampietro Comolli

Conti pubblici, Superbonus, PNRR, energia e carburanti: l’Italia recupera credibilità sui mercati, ma resta schiacciata da un debito superiore ai 3.000 miliardi e da scelte strutturali rimandate per decenni

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Newsfood.com, 22 settembre 2026


di Giampietro Comolli


Italia, deficit sotto controllo ma il debito cresce: il vero problema è trovare risorse per investire

Conti pubblici, Superbonus, PNRR, energia e carburanti: l’Italia recupera credibilità sui mercati, ma resta schiacciata da un debito superiore ai 3.000 miliardi e da scelte strutturali rimandate per decenni

di Giampietro Comolli

Qualche buona notizia, ogni tanto, arriva anche per il nostro Paese. E sarebbe utile leggerla senza l’autoreferenzialità del Governo di turno, ma anche senza quella tendenza tutta italiana a crocifiggere l’avversario politico qualunque cosa faccia.

Negli ultimi mesi persino il Financial Times ha dedicato attenzione al miglioramento della percezione finanziaria dell’Italia. Un fatto fino a pochi anni fa difficilmente immaginabile: sui mercati obbligazionari la Francia è diventata per alcuni investitori una fonte di preoccupazione maggiore dell’Italia. I BTP italiani hanno beneficiato della maggiore stabilità politica e del miglioramento dei conti pubblici, mentre la Francia deve fare i conti con deficit più elevati e maggiore incertezza politica.

Non significa che l’Italia sia improvvisamente diventata un Paese senza problemi. Tutt’altro.

Deficit in calo, debito ancora enorme

I numeri aiutano a separare i fatti dalla propaganda. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 il deficit delle Amministrazioni pubbliche è sceso al 3,1% del PIL, rispetto al 3,4% del 2024. Il saldo primario è tornato positivo, allo 0,8% del PIL.

Il debito pubblico, però, a fine 2025 ha raggiunto 3.095,9 miliardi di euro, pari al 137,1% del PIL.

Questa è forse la fotografia più corretta dell’Italia: maggiore disciplina nei conti correnti e una credibilità finanziaria che è migliorata, ma sulle spalle rimane una montagna di debito che riduce enormemente gli spazi disponibili per nuove politiche economiche.

Il problema non è soltanto quanto spendiamo. È soprattutto quanto possiamo investire oggi per produrre ricchezza domani.

Superbonus: una lezione che dovrebbe restare

Il Superbonus rappresenta uno degli esempi più evidenti di quanto una misura pubblica possa produrre conseguenze molto superiori alle previsioni iniziali.

Sulle cifre complessive occorre prudenza, perché stanziamenti iniziali, crediti fiscali maturati, impatto sul deficit e fabbisogno finanziario dello Stato non sono la stessa cosa. Ma un dato politico ed economico rimane: l’onere della misura è risultato enormemente superiore alle valutazioni iniziali e continuerà a pesare sui conti pubblici per diversi esercizi.

Attribuirne la responsabilità esclusivamente a un Governo sarebbe semplicistico: il meccanismo è nato durante il Governo Conte II ed è stato successivamente modificato più volte dai Governi Draghi e Meloni nel tentativo di limitarne gli effetti finanziari e correggerne le distorsioni.

La lezione dovrebbe valere per il futuro: ogni incentivo pubblico deve essere misurabile, controllabile e soprattutto sostenibile nel tempo.

PNRR: quasi 200 miliardi che devono lasciare qualcosa dopo il 2026

Lo stesso ragionamento vale per il PNRR italiano, che vale circa 194 miliardi di euro.

Una cifra gigantesca, composta da sovvenzioni e soprattutto prestiti europei, che avrebbe dovuto rappresentare un moltiplicatore dello sviluppo italiano.

La domanda che dovremo porci non è soltanto quanti fondi saremo riusciti a spendere entro le scadenze europee. Dovremo chiederci quanta crescita strutturale avranno prodotto, quanti investimenti resteranno operativi fra dieci o vent’anni e quanto avranno migliorato produttività, infrastrutture, digitalizzazione, energia e competitività delle imprese.

Spendere non significa necessariamente investire.

Intanto l’economia quotidiana continua a soffrire

I grandi indicatori finanziari raccontano soltanto una parte dell’economia. L’altra si vede nelle strade delle nostre città: negozi che chiudono, piccoli esercizi commerciali in difficoltà, famiglie più attente alla spesa, consumi compressi dal costo della vita.

Il PIL italiano nel 2025 è cresciuto in volume dello 0,6%. Non siamo in recessione, ma neppure davanti a una crescita capace da sola di risolvere il problema del debito e aumentare significativamente il reddito disponibile delle famiglie.

Ed è qui che entra in gioco un’altra grande questione italiana: l’energia.

Benzina e gasolio: guardare soltanto il prezzo alla pompa non basta

Leggo continuamente confronti tra il prezzo della benzina o del gasolio in Italia e quello praticato in Spagna, Francia o altri Paesi europei.

Il confronto è utile, ma rischia di essere superficiale.

Il prezzo finale dipende dal costo internazionale della materia prima e dei prodotti raffinati, dalla raffinazione, dalla logistica, dai margini della distribuzione e dalla componente fiscale. Per capire perché un Paese paga più di un altro occorre quindi guardare all’intera struttura energetica e fiscale.

La crisi legata allo Stretto di Hormuz lo dimostra perfettamente.

Secondo UNEM, prima dell’aggravarsi della crisi nel 2026, attraverso Hormuz transitava soltanto circa il 6% del greggio importato dall’Italia. Ma dallo stesso passaggio arrivava il 57% del gasolio importato e circa il 20% del jet fuel.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto il petrolio greggio. Riguarda anche la disponibilità internazionale dei prodotti già raffinati e una capacità europea di raffinazione che negli ultimi anni si è progressivamente ridotta.

La Spagna ha fatto scelte energetiche diverse

La Spagna offre comunque un confronto interessante.

Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno prodotto il 55,5% dell’elettricità spagnola. L’eolico ha contribuito per il 21,6%, il nucleare per il 19%, il fotovoltaico per il 18,4% e l’idroelettrico per il 12,4%.

La Spagna dispone inoltre di sette reattori nucleari operativi.

Non significa che sia energeticamente autosufficiente. Significa però che negli ultimi decenni ha costruito un mix elettrico fortemente diversificato, investendo contemporaneamente in nucleare, eolico, fotovoltaico, idroelettrico, reti e capacità di interconnessione.

L’Italia ha compiuto scelte differenti, alcune decise direttamente dagli elettori attraverso i referendum sul nucleare, altre determinate dalla politica e altre ancora dall’opposizione territoriale a nuove infrastrutture.

Oggi ne vediamo le conseguenze.

Non esiste energia senza infrastrutture

Non possiamo chiedere energia meno costosa, indipendenza dall’estero e riduzione delle emissioni e contemporaneamente opporci a ogni nuova infrastruttura.

Vale per l’eolico, per il fotovoltaico, per gli elettrodotti, per gli accumuli, per le dighe, per i rigassificatori e, qualora il Paese decidesse democraticamente di riaprire quella strada, anche per il nucleare.

Ogni tecnologia presenta costi, benefici e problemi. Ma non scegliere è anch’essa una scelta, e spesso è la più costosa.

L’Italia ha bisogno di una politica industriale ed energetica che guardi a venti o trent’anni e non alla prossima legge di bilancio.

Meno microtasse e più strategia

C’è infine un problema fiscale e burocratico.

Canoni, bolli, imposte, addizionali, tributi locali e una moltitudine di piccoli adempimenti contribuiscono alla sensazione di un sistema estremamente complicato. Abolirli richiederebbe naturalmente coperture finanziarie e, a seconda dei casi, interventi legislativi specifici: non esistono cancellazioni a costo zero.

Ma una revisione organica della fiscalità, eliminando tributi il cui costo amministrativo è sproporzionato rispetto al gettito, sarebbe un esercizio utile.

La stessa severità dovrebbe essere applicata alla spesa pubblica improduttiva, alle duplicazioni amministrative e agli enti realmente non necessari.

La domanda che resta aperta

Torniamo allora alla benzina.

Se soltanto una quota limitata del greggio importato dall’Italia attraversa direttamente Hormuz, perché una crisi in quell’area può produrre effetti così forti e rapidi sui prezzi?

Una parte della risposta è evidente: il petrolio e i prodotti raffinati hanno prezzi internazionali. Una crisi che minaccia una delle principali arterie energetiche mondiali influenza quindi anche il greggio proveniente da altri Paesi. A questo si aggiungono raffinazione, disponibilità di gasolio sui mercati internazionali, trasporti, assicurazioni, logistica, cambio euro-dollaro e fiscalità.

Questo però non significa che il mercato non debba essere controllato.

Le autorità competenti devono verificare che le variazioni internazionali non diventino occasione per comportamenti speculativi o aumenti ingiustificati lungo la filiera.

Ma il problema vero è ancora più grande.

Perché l’Italia continua a discutere del prezzo della benzina di questa settimana invece di costruire la politica energetica dei prossimi trent’anni?

È questa la domanda che politica, industria e cittadini dovrebbero finalmente cominciare a porsi.

Giampietro Comolli

Giampietro Comolli



Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli

Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.

Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.


 

Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare,
vitivinicolo, turistico e dei consumi.

Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Presidente CevesUni- centro studi ricerche
mercato consumi distretti produttivi

 

 


Articolo aggiornato al 22  settembre 2026. Gli articoli pubblicati  sono  realizzati a firma dell’Autore, o della Redazione, con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per attività di ricerca, organizzazione e revisione. L’impostazione editoriale, la selezione delle fonti e la responsabilità dei contenuti sono della Redazione Newsfood.


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