Il vero problema del vino? Il prezzo della bottiglia al consumo
3 Agosto 2026
Mentre la vendemmia 2026 entra nel vivo, il dibattito continua a concentrarsi su previsioni e tavoli di confronto.
Secondo Giampietro Comolli, la vera emergenza è il prezzo finale della bottiglia che rischia di allontanare sempre più i consumatori.
Newsfood.com, 2 agosto 2026
Il vero problema del vino? Il prezzo della bottiglia al consumo
La vendemmia 2026 è partita, ma il vero tema non è la qualità delle uve. Per Giampietro Comolli il nodo centrale resta il prezzo della bottiglia al consumo. Tra margini della filiera, giacenze e distribuzione, serve una riflessione concreta sul futuro del vino italiano.
Ogni anno, con l’avvio della vendemmia, il dibattito si concentra sulle previsioni produttive, sulla qualità delle uve e sui tavoli di confronto convocati per affrontare le difficoltà del settore. Ma è davvero questo il problema principale? Giampietro Comolli propone una lettura diversa: il vino continua a perdere consumatori soprattutto perché il prezzo finale della bottiglia è diventato sempre meno accessibile. Una riflessione che coinvolge l’intera filiera, dalla cantina fino alla tavola del consumatore.
di Giampietro Comolli
Il vero problema del vino? Il prezzo della bottiglia al consumo
La vendemmia è iniziata. È stato un vero fotofinish fra Oltrepò Pavese, Franciacorta e Alta Langa per le uve bianche destinate alla spumantizzazione, mentre in Sicilia sono già protagoniste varietà bianche di grande qualità come Grillo e Inzolia, quella autentica.
Per fortuna, i “soliti noti” quest’anno non si sono azzardati, finalmente, a sparare numeri e giudizi sulla vendemmia 2026. Qualche televisione è comunque riuscita a strappare la solita frase: “Vendemmia difficile, a macchia di leopardo, rese scarse, raccolta anticipata… ma qualità eccezionale.
“ Una formula generica e qualunquistica, pronunciata più per chi la dice che per chi dovrebbe ascoltarla.
La realtà è che fino ai primi mesi del 2027, con l’arrivo sul mercato dei nuovi bianchi, dei frizzanti e del Prosecco, non sapremo davvero come sarà andata questa vendemmia.
Nel frattempo, il quadro economico continua a non essere rassicurante. Se il PIL nazionale mostra una lieve crescita e anche l’export manifatturiero registra segnali positivi, il settore vitivinicolo italiano — così come quello francese e spagnolo — continua a non offrire motivi di ottimismo, sia nel segmento premium sia in quello di fascia media.
Eppure, sulle testate specializzate continuano a comparire ogni giorno articoli all’insegna della speranza. Anche molti ristoratori, soprattutto nelle località turistiche e nelle città più visitate, lamentano un calo delle vendite di vino.
Interessante, in questo contesto, la riflessione di Riccardo Ricci Curbastro, che conferma quanto l’Osservatorio economico Ovse-CevesUni sostiene già dal 2023-2024. Ai primi segnali della crisi avevamo evidenziato, senza alcuna intenzione di incentivare i consumi, che il prezzo della bottiglia rappresenta uno dei principali fattori della riduzione degli acquisti.
Ricci Curbastro lo sintetizza efficacemente: “Non è il tempo di moltiplicare per quattro il prezzo della bottiglia in cantina; meglio sommare semplicemente il costo di origine e quello finale.”
Può sembrare una banalità, ma non lo è. Se ogni anello della filiera — cantina, agente, area manager, commerciante, grossista, distributore, grande distribuzione e ristorazione — aggiunge il proprio margine, una bottiglia che parte da 5-8 euro arriva facilmente a costarne 35-50 al consumatore finale. A quel punto diventa difficile ordinarla al ristorante o metterla nel carrello della spesa.
Le cantine, dal canto loro, non possono scendere sotto determinate soglie se vogliono rispettare tracciabilità, denominazioni, certificazioni, sostenibilità e garantire un minimo di redditività.
Qualcuno, però, deve spiegare come si esce da questa situazione. Non siamo nel tempo della moltiplicazione dei pani, dei pesci e del vino, soprattutto considerando le consistenti giacenze presenti nelle cantine. L’ideale sarebbe ridurre al minimo i passaggi tra produttore e consumatore, ripensando un sistema distributivo più efficiente, capace di coniugare logistica e accessibilità.
Accessibilità potrebbe diventare la parola chiave, anche grazie all’intelligenza artificiale, purché venga governata prima e non subita dopo. Per questo motivo servono meno tavoli ministeriali, meno tavoli di crisi, meno tavoli regionali spesso trasformati in occasioni di confronto politico o di categoria. Non è da lì che arriveranno le soluzioni.
Una stimata direttrice di una testata di settore ha scritto: “Continuiamo ad aspettare Godot?” Una domanda che fotografa bene la situazione.
Il continuo susseguirsi di proclami, promesse e buoni propositi, spesso smentiti dai fatti o frenati nelle sedi decisionali, non fa che aumentare la confusione. Di regole ne abbiamo già fin troppe. Anche i termini si moltiplicano: biologico, biodinamico, organico, naturale, orange, Piwi… senza che questo contribuisca realmente a risolvere la crisi.
Non credo che il settore possa ripartire grazie alle mode del momento, alle idee importate dall’estero, alla corsa al “No Alcol” o ai nuovi vitigni. Tutto può avere un ruolo, ma servono strategie vere.
Un problema di comunicazione, informazione e cultura del vino esiste e va affrontato con competenza. Ma oggi il nodo principale resta un altro.
Il vero problema del vino si concentra su due fattori: le giacenze e il prezzo finale della bottiglia.
Facciamola semplice. Come qualcuno, giustamente, continua a ricordarci.

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici
mercato consumi distretti produttivi






