150.000 euro per salvare le api

By Redazione

Altri Paesi lo fanno da tempo ma, in Italia questo strumento manca ancora: alveari messi in rete, per un monitoraggio costante e capace di rappresentare in tempo reale la consistenza delle
perdite di alveari.

Solo così si possono ottenere i dati necessari alla localizzazione dei fenomeni di morìa, all’individuazione delle cause e dei conseguenti interventi correttivi. Il sistema va
attivato con immediatezza, coinvolgendo gli apicoltori e le loro associazioni. Ha un costo non superiore a 150.000 Euro. E’ quanto emerso in occasione del convegno nazionale, organizzato dalla
FAI – Federazione Apicoltori Italiani e patrocinato dai ministeri delle Politiche agricole, della Salute e dell’Ambiente, sul tema «L’UNIVERSO APE IN PERICOLO – AZIONI CONCRETE PER LA SUA
SALVAGUARDIA».

Secondo quanto dichiarato dagli esperti intervenuti al convegno della Federazione Apicoltori appare chiaro, infatti, che le cause della mortalità degli alveari, nel nostro Paese, sono
riconducibili in primo luogo a tre fattori scatenanti:
1) recrudescenza e virulenza della varroa (un acaro che in 25 anni è diventato endemico in tutti gli allevamenti apistici);
2) diffusione di nuove patologie, impoverimento dei pascoli e conseguente indebolimento del sistema immunitario delle api;
3) impiego di insetticidi in agricoltura, con particolare riguardo ai neonicotinoidi (molecole impiegate per la concia del seme di mais).

Fattori che vanno distinti opportunamente e gestiti con diverse modalità: i primi due, infatti – spiega la FAI – comportano interventi sanitari e specifici metodi di conduzione degli
alveari, il terzo è di origine ambientale e necessita di una impegnativa opera di coordinamento da parte delle Istituzioni e di collaborazione con il mondo agricolo.

Per questo particolare aspetto, la Federazione Apicoltori sottolinea l’utilità del ruolo produttivo delle api, l’esigenza di salvaguardarne la preziosa opera di impollinazione, la
necessità che l’impiego di determinate molecole chimiche in agricoltura, quando dannose per le api, imponga maggiori cautele e preventive segnalazioni da parte dei competenti servizi
fitopatologici regionali, con il preciso intento di preservare il patrimonio apistico presente sul territorio.

Sulla necessità, infine, che l’impiego di insetticidi letali o sub letali per le api venga meglio regolamentato, la Federazione Apicoltori sottolinea l’urgenza di una applicazione degli
articoli 1 e 4 della legge n. 313/2004 per la Disciplina dell’Apicoltura. Se da un lato, infatti, lo Stato definisce l’apicoltura «attività di interesse nazionale», la delega
alle Regioni per l’adozione di limiti e divieti nell’impiego di prodotti tossici per le api ad oggi non è ancora stata recepita dalle Amministrazioni regionali. Nel perdurare dello stato
di crisi in cui l’apicoltura versa, in carenza di concrete risposte in tal senso da parte delle Istituzioni e degli agricoltori, gli Apicoltori italiani non potranno esimersi dall’invocare il
«principio di precauzione» attraverso il quale giungere alla sospensione, per almeno un biennio, dell’impiego di «imidacloprid», il principio attivo ritenuto maggiore
responsabile della mortalità degli alveari.

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