Viterbo: chiusura del corso di giustizia riparativa a palazzo Gentili

Viterbo – E’ il primo caso nel Lazio, e per il progetto pilota è stata scelta la Provincia di Viterbo, Giustizia riparativa e mediazione penale e sociale: consegnati stamattina a
palazzo Gentili gli attestati ai 12 partecipanti del corso, durante il seminario conclusivo.

Quindi l’ente di via Saffi metterà a disposizione gli spazi necessari a palazzo Caprini, in attesa dell’apertura dello sportello. Ma cos’è la giustizia riparativa? Si tratta di un
modello che coinvolge la vittima, il reo e la comunità per cercare di trovare soluzioni agli effetti del conflitto generato dal fatto delittuoso, al fine di promuovere la riparazione del
danno e la riconciliazione tra le parti. E a consegnare gli attestati – oltre che a portare la loro testimonianza diretta – due ospiti d’eccezione: l’imprenditore Giuseppe Soffiantini, vittima
di sequestro di persona, e il presidente dell’associazione Vittime della strage di Bologna, Paolo Bolognesi.

Tra i presenti, il presidente della Provincia Alessandro Mazzoli, l’assessore alla Formazione professionale Giuseppe Picchiarelli, Maria Pia Giuffrida, dirigente generale del dipartimento
dell’amministrazione penitenziaria, rappresentanti della Regione Lazio, il direttore del carcere di Mammagialla Pierpaolo D’Andria, Carmen Bertolazzi dell’associazione Ora d’aria, Federica
Cantaluppi dell’Ufficio per la mediazione di Milano, e Adolfo Ceretti, docente di Criminologia alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano-Bicocca.

Ad aprire il dibattito è stato il presidente Mazzoli. «Quando l’assessore regionale Silvia Costa ci ha sottoposto il progetto – ha detto – la riflessione condizionata è
stata chiedersi a quale assessorato facesse capo. Ma subito questa logica tecnica e amministrativa ha lasciato campo libero a un progetto di civiltà che riguarda una comunità
intera. Ringraziamo la Regione Lazio per aver scelto la Provincia di Viterbo per questa iniziativa pilota: guardiamo a questo percorso auspicando di poter offrire un’esperienza da replicare in
altre realtà».

«Questo progetto – ha proseguito l’assessore Picchiarelli – è molto importante, perché va alla ricerca di una soluzione e per certi aspetti di un avvicinamento tra chi ha
commesso un reato e chi lo ha subito. Grazie a questo corso, giovani e adulti si sono quindi impegnati in un percorso di formazione per dedicarsi non solo ad acquisire competenze sul tema, ma
soprattutto per il miglioramento della società».

Poi la parola è passata a Bolognesi, che ha ripercorso i passi cruciali della strage di Bologna, da quel 2 agosto 1980 – in cui morirono per un attentato terroristico alla stazione 85
persone e altre 200 rimasero ferite – ai giorni nostri. «Dopo oltre 27 anni c’è chi ancora deve ricorrere a cure cliniche per le mutilazioni subite». Quindi la critica alle
istituzioni che si sono succedute negli anni. «Dai ministri sempre solidarietà, che però si è fermata a qualche pacca sulla spalla. Chi invece è stato vittima,
porta segni indelebili per tutta la vita. Le indagini sono state ostacolate da depistaggi, alcuni politici rifilano panzane contando sulle dimenticanze della gente, prendendo in considerazione
le vittime solo per i funerali di Stato o gli anniversari. Per questo credo che il perdono sia un fatto personale: chiedere la riconciliazione senza ottenere la verità è
un’offesa».

A Soffiantini è stata negata la libertà per otto mesi. Rapito il 17 giugno del 1997, l’ha riottenuta il 10 febbraio del 1998. «Per poter combattere questi crimini – ha
spiegato – serve prevenzione, che a mio parere può essere fatta nelle scuole, educando i giovani. Ma molto può essere fatto anche nelle carceri, solo però sconvolgendo
quanto accade ora. Sono sovraffollate e fatiscenti, e se chi ha commesso un crimine non viene recuperato, quando esce può commetterne di peggiori». Quindi ha parlato della sua
vicenda, legandola all’eventualità di un perdono e al percorso di recupero dei criminali. «Erano implicate 20 persone, una banda organizzata per compiere diversi sequestri. Quando
i giornalisti chiedono alle vittime se hanno perdonato, la considero una domanda atroce. Intanto serve la certezza della pena, poi ci può essere il recupero: ma quando sono in prigione,
devono capire di aver sbagliato ed esserne convinti. Io ho provato la mancanza di libertà: il mio è stato carcere duro. Per questo posso dire che una volta arrivati in carcere,
comunque non dobbiamo infierire».

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