Via libera dalla Assemblea legislativa al Piano sociale e sanitario 2008 – 2010
22 Maggio 2008
Bologna – «E’ il primo Piano sociale e sanitario della Regione, frutto di una progettazione comune e di uno stretto confronto con le parti sociali e gli Enti locali che, a
partire da una rilettura dei bisogni delle persone e delle comunità, ha messo in campo una forte innovazione nelle politiche e nei servizi basata sull’integrazione, fin dal momento della
programmazione, di tutti i soggetti coinvolti nello sviluppo del welfare: Regione, Enti locali, terzo settore, forze sociali, un impegno riconosciuto anche dall’alto livello del dibattito in
Aula».
Così l’assessore alle politiche per la salute Giovanni Bissoni ha commentato l’approvazione da parte dell’Assemblea legislativa regionale del Piano sociale e sanitario 2008 – 2010.
«Per la prima volta, con l’accordo Stato-Regioni del 2007, abbiamo visto un incremento delle risorse a disposizione. Auspico – ha aggiunto con riferimento all’attuazione del Piano – che
questo incremento sia mantenuto anche per il 2009 per il Fondo sanitario nazionale, per il Fondo nazionale per la non autosufficienza, per il Fondo nazionale per le politiche
sociali».
«Soddisfazione» per il sì dell’Assemblea è stato espresso anche dall’assessore alle politiche sociali Anna Maria Dapporto, che ha ricordato come il maggiore impegno
dei due Assessorati sia stato quello di «cercare un’ampia condivisione da parte dei territori per realizzare sviluppo e coesione sociale». «Il piano rappresenta un risultato
importante per tutto il sistema di welfare della regione, ora spetta ai territori darne completa attuazione affinchè il programma si trasformi in interventi e in servizi a sostegno di
tutti i cittadini», ha poi detto associandosi ai ringraziamenti di Bissoni «per il proficuo lavoro fatto dalla Commissione assembleare».
Di seguito i punti principali del Piano sociale e sanitario 2008 – 2010.
Un nuovo welfare di comunità per una società che cambia
Il Piano sociale e sanitario 2008 – 2010 porta a compimento un sistema integrato di
servizi sociali, socio-sanitari e sanitari per la realizzazione di un nuovo welfare universalistico, equo, radicato nelle comunità locali e nella regione. Un processo avviato con le
leggi regionali n. 2 del 2003 (legge quadro sui servizi sociali) e n. 29 del 2004 (legge di riorganizzazione del Servizio sanitario regionale).
I mutamenti intervenuti nel quadro demografico e socioeconomico – invecchiamento della popolazione, aumento delle persone immigrate, contrazione e parallelo aumento dei nuclei familiari con
esigua rete parentale, aumento delle forme di lavoro meno stabili e delle contraddizioni tra generazioni su lavoro e futuro – richiedono un significativo cambiamento delle politiche
poiché i bisogni «della società che cambia», sempre più articolati e complessi, non consentono risposte settoriali, alla malattia o al disagio sociale ad
esempio, ma richiedono risposte unitarie che considerino la persona nella sua globalità, anche di relazione, che sappiano garantire assistenza senza soluzione di continuità.
L’obiettivo è lo sviluppo di una società solidale, in cui i diritti siano esigibili, in cui sia rafforzata quella coesione sociale che da sempre caratterizza la comunità
regionale e che rappresenta un alto fattore di crescita e dunque di competitività.
L’integrazione: una necessità per il nuovo welfare
Garantire risposte personalizzate, e nel contempo garantire equità d’accesso nei vari
territori, è possibile in una logica di integrazione a tutti i livelli. Essa permette infatti lo sviluppo di reti assistenziali a cui partecipano servizi diversi e, al tempo stesso,
permette di coinvolgere, valorizzando le singole autonomie, tutti i soggetti – Regione, Enti locali, Aziende sanitarie, terzo settore, privato profit, forze sociali – che a vario titolo sono
chiamati a svolgere un ruolo per l’affermazione dei diritti di cittadinanza, contributo fondamentale per lo sviluppo di una società più coesa, civile e dinamica.
Per questo, il Piano sviluppa l’integrazione a livello della programmazione e della valutazione, dell’organizzazione e dell’erogazione dei servizi sociali, sanitari e socio-sanitari, definendo
ruoli e responsabilità dei soggetti coinvolti.
L’integrazione istituzionale, tra servizi, tra professionisti e operatori
L’assetto istituzionale attraverso il quale la Regione e gli Enti locali hanno
organizzato la funzione di governo del sistema pubblico di welfare regionale e locale si consolida attorno a due direttrici: il ruolo della Regione nel governo del Servizio sanitario, il ruolo
degli Enti locali nel governo dei servizi sociali, esercitati entrambi in una logica di collaborazione e integrazione.
L’integrazione si sviluppa nella Conferenza territoriale sociale e sanitaria e nel Comitato di Distretto (organi di raccordo tra Enti locali e Aziende sanitarie per il governo, a livello
locale, di funzioni e servizi sanitari e socio-sanitari), in forme associative tra Enti locali (per il governo e l’erogazione dei servizi sociali), in accordi gestionali tra Comuni e Aziende
Usl (per la costituzione di nuovi Uffici di piano a supporto della programmazione ed erogazione di servizi in ambito distrettuale) e nella «cabina di regia», istituita a livello
regionale quale luogo di definizione e di concertazione delle politiche sociali e sanitarie (vi partecipano gli assessori regionali alle politiche per la salute e alle politiche sociali, i
sindaci, i presidenti delle Conferenze territoriali sociali e sanitarie).
L’integrazione istituzionale si sviluppa inoltre con l’Università, essenziale per quanto riguarda la ricerca, la formazione e l’innovazione nei servizi, attraverso la Conferenza
Regione-Università.
Il modello organizzativo del nuovo welfare, in continuità con quello già adottato con il 3° Piano sanitario regionale, è costituito da reti integrate di servizi: tra
servizi ospedalieri, tra servizi ospedalieri e servizi sanitari del territorio, tra servizi sociali e servizi socio-sanitari e sanitari.
L’ambito distrettuale diventa la sede elettiva della integrazione: del Comitato di Distretto e del direttore di Distretto (con il supporto dei nuovi Uffici di piano nel governo e nella
programmazione dei servizi sanitari, socio-sanitari e sociali a livello distrettuale); dei medici di famiglia (con i Nuclei delle cure primarie), dei servizi sanitari e sociali territoriali e
di questi con i servizi ospedalieri; della elaborazione del piano e dell’utilizzo del Fondo per la non autosufficienza; della costituzione delle Aziende pubbliche di servizi alla persona (nate
dalla trasformazione delle ex Ipab); dei rapporti con soggetti privati profit e no profit nell’erogazione di servizi sociali e socio-sanitari residenziali e domiciliari, dei rapporti con il
volontariato e l’associazionismo.
Il Fondo regionale per la non autosufficienza
In Emilia-Romagna, le persone con più di 65 anni sono oltre 900mila, quasi un quarto della
popolazione. Di particolare rilievo sono «i grandi vecchi», la popolazione con più di 80 anni (270mila in totale) dove si concentrano maggiori problemi di autosufficienza e
bisogni assistenziali più forti.
Il Fondo per la non autosufficienza, tuttavia, trascende i confini della età anziana per comprendere anche gravi disabilità cronicizzate o progressivamente degenerative e dunque
tali da richiedere trattamenti di lungo periodo particolarmente complessi e assai onerosi.
Il Fondo è gestito a livello distrettuale, la sua alimentazione è demandata anche ad un maggiore e mirato prelievo fiscale ed è pertanto indispensabile che sia capace di
produrre una maggiore equità nello sviluppo della rete dei servizi e migliori condizioni di eguaglianza assistenziale con omogenee opportunità di accesso, qualità nei
trattamenti, equa contribuzione a carico dei cittadini. E’ finalizzato a potenziare la rete dei servizi (in particolare la domiciliarità), a contenere la compartecipazione delle persone
alle «spese alberghiere» delle residenze (in relazione alla capacità di reddito), a riconoscere le forme di autorganizzazione delle famiglie con un’attenzione specifica alle
assistenti domiciliari straniere (con formazione ad hoc) e alla promozione di forme innovative di assistenza.
Le Aziende pubbliche di servizi alla persona (Asp)
La legge regionale 2/2003 ha normato la trasformazione delle IPAB in Aziende pubbliche di servizi alla
persona (Asp): nuovi soggetti pubblici, costituiti dai Comuni associati in ambito distrettuale o sub-distrettuale, produttori ed erogatori di servizi socio-sanitari e sociali per le persone in
ogni fascia di età. L’Asp permette una gestione unitaria e una qualificazione dei servizi grazie al superamento della frammentarietà degli interventi e allo sviluppo
dell’integrazione con gli altri soggetti e servizi che costituiscono il welfare di comunità.
L’innovazione
Il processo di innovazione non riguarda solo le politiche e la programmazione per dare risposte globali a bisogni complessi (con il nuovo
assetto di «governance» territoriale), riguarda anche la capacità di introdurre quelle innovazioni tecnologiche e biomediche che la ricerca mette a disposizione dei servizi
sanitari e quelle innovazioni organizzative e professionali che sono richieste dai bisogni in evoluzione delle persone e delle famiglie e dai cambiamenti demografici e socio-economici in
corso.
La medicina rigenerativa, l’oncologia, le neuroscienze, la diagnostica avanzata sono i campi di intervento congiunto Università-Servizio sanitario regionale che si sviluppa
prioritariamente nelle 4 Aziende Ospedaliero-Universitarie. Destinato a tutte le Aziende sanitarie invece è il Programma di ricerca e innovazione dell’Emilia-Romagna (PRIER) che si
occupa della valutazione d’impatto di specifici interventi e tecnologie, a partire da quelli in ambito cardiovascolare e oncologico.
Una attenzione specifica è dedicata anche alle medicine non convenzionali: un Osservatorio regionale ha il compito di promuovere progetti di ricerca per verificare le possibilità
di integrazione nei processi assistenziali dell’agopuntura, dell’omeopatia e della fitoterapia.
In campo sociale e socio-sanitario l’innovazione riguarda l’organizzazione dei servizi che deve essere volta ad assicurare un ruolo centrale alla persona ed alla sua famiglia nella definizione
dei progetti di sostegno rispondendo a bisogni complessi e «multidimensionali», il conseguente sviluppo delle professionalità e la collaborazione tra professionalità
diverse (con specifiche iniziative di formazione), la qualificazione del sistema dell’accesso (con sistemi informativi integrati), ma anche la costruzione del sistema di rapporti con i
fornitori di servizi basato sull’accreditamento.
La stessa costituzione delle Aziende pubbliche di servizi alla persona concorre a sostenere questo disegno chiarendo il ruolo della componente pubblica nella realizzazione dei servizi sociali e
socio-sanitari. In questa prospettiva un elemento decisivo di innovazione, avviato con le esperienze dei Piani di zona, da ampliare e consolidare, riguarda la valorizzazione delle risorse
attive della realtà sociale e del terzo settore, il loro coinvolgimento nella pianificazione, attuazione e monitoraggio degli interventi.
La comunicazione e la partecipazione
Per orientare i cittadini e le cittadine all’accesso dei servizi del nuovo welfare e per rendere effettiva la loro
possibilità di determinare in modo attivo i percorsi di sostegno che li riguardano, il Piano prevede l’integrazione, a livello locale, tra i punti informativi e di accesso ai servizi,
con una particolare attenzione alle fasce «più deboli» (anziani, immigrati, persone con «disagio» economico e sociale): gli Sportelli sociali, gli Sportelli unici
distrettuali, gli Uffici relazioni con il pubblico devono dunque essere tra loro comunicanti.
Più in generale, la strategia proposta dal Piano è centrata sullo sviluppo di un sistema di comunicazione regionale e locale per: rafforzare la capacità delle persone di
effettuare scelte consapevoli e di orientare i propri comportamenti (nelle scelte alimentari, nelle vaccinazioni, negli screening?); utilizzare il parere delle persone nella valutazione dei
servizi per garantire adeguati processi di miglioramento; per valorizzare la partecipazione delle comunità nelle scelte per la salute e nella programmazione sociale e sanitaria.




