USA, la genetica in tavola

USA, la genetica in tavola

Per combattere la crisi, gli Stati Uniti chiedono aiuto alla scienza. Entro un paio di mesi, i consumatori americani potranno confrontarsi con alimenti, sia animali sia pesci, prodotti dai
laboratori dell’ingegneria genetica. Non si prevedono particolari problemi dalla FDA (Food and Drugs
Administration
) l’agenzia americana che controlla l’industria farmaceutica, che si è dichiarata pronta a dare parere positivo alle richieste di licenza presentate da alcune
industrie bio-alimentari.

I tentativi di coniugare genetica e alimentazione sono cosa nota negli Usa, ma hanno sempre raccolto poco successo. La McDonald’s aveva imposto ai suoi
fornitori di non coltivare le patate New Leaf della Monsanto, poiché economicamente poco redditizie. Il basso livello di vendita aveva provocato la fine della produzione di pomodoro flavor-flavor, quello che non marciva mai. Lo scoglio su cui tutti i prodotti del genere sono naufragati era la diffidenza del pubblico, assai poco disposto a
far entrare nelle proprie cucine e sulle proprie tavole quelli che soprannominava Frankenfood, cibi mostro. Tale mancanza di fiducia non si è ancora
del tutto dissipata, come rilevato da un’indagine del Food Information Council, un organismo di lobbying dell’industria alimentare, che attesta al 35% la
percentuale di americani contrari al cibo manipolato.

Rispetto al passato, però, si è creato un fronte di consenso trasversale, la cui spina dorsale, a sorpresa, è formata dagli industriali e dagli ambientalisti. I primi sono
spinti alla sperimentazione dal difficile momento economico, i secondi sono intrigati dall’idea di un animale concepito apposta per ridurre l’impatto sull’ambiente. Questa coalizione sta
così cercando di convincere gli indecisi, persuadendo i buongustai che i nuovi prodotti non toglieranno niente al piacere di mangiare e sottolineando, specie agli abitanti degli Stati dove
l’allevamento è un cardine economico, i benefici di mucche e polli creati per essere più resistenti.

Favorevoli o contrari, presto i consumatori americani troveranno in vendita questi nuovi prodotti artificiali. Prodotti come Enviro-Pig, il suino
ambientalista, di matrice canadese, creato per produrre il 60% in meno di fosforo rispetto al corrispettivo naturale. Il fosforo è uno dei maggiori contaminanti delle falde acquifere in
prossimità dei grandi allevamenti e, poiché l’uso degli escrementi dei suini è molto diffuso tra gli agricoltori statunitensi, che li usano per concimare i loro campi, la
contaminazione si diffonde spesso ad altre falde acquifere. Si capisce quindi il vantaggio ambientale diretto ed indiretto di un suino «fabbricante» di un concime con il 60% di
sostanza inquinante in meno. O come le lactose free cows, mucche il cui latte è privo di questi zuccheri e quindi assorbibile anche da coloro che
sono intolleranti al lattosio.

Ovviamente anche i media americani si sono gettati nel calderone delle opinioni; non a caso proviene da loro uno dei neologismi più in voga del momento oltreoceano, cioè
GMOurmet (dall’unione dell’acronimo inglese di Ogm con la parola gourmet, buongustaio), ad indicare la bontà dei nuovi prodotti, degni di lottare
con i fratelli naturali per l’elite dei palati. Ma, come il resto del Paese, anche loro sono divisi: se il New York Times o Slate, voce online dell’intellighenzia economica, si dicono favorevoli
alla nuova frontiera, Jeremy Rifkin, presidente della Foundation of Economic Trends di Washington DC, motiva il suo dissenso sottolineando il pericolo
reale di effetti non preventivabili: «Sappiamo che i geni attraversano la barriera delle specie», dice Rifkin, «ma adesso stiamo assistendo all’introduzione di cambiamenti
così radicali nella fisiologia dell’ecosistema che le implicazioni ambientalistiche potrebbero essere enormi».

Mentre infuria il dibattito pro-contro i cibi «da laboratorio» altre voci fanno notare come la FDA non
abbia imposto ai nuovi prodotti un’etichetta specifica. E’ questo è un male ingiustificabile: i consumatori possono essere favorevoli o contrari, ma devono essere informati.

                                                                                                                                 
Matteo Clerici

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