Un italiano su due consuma mozzarella di bufala

La mozzarella di bufala è consumata da quasi un italiano su due (48,8 per cento) ed è uno dei formaggi preferiti a livello nazionale e internazionale dove l’allarmismo sulla
produzione italiana rischia di favorire le imitazioni straniere ottenute senza il rigoroso sistema di controllo delle produzioni a denominazioni di origine che ha consentito di individuare le
irregolarità.

E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’emergenza diossina che ha già portato al blocco delle importazioni in alcuni Paesi asiatici. Negli Stati Uniti – sottolinea la
Coldiretti – sono prodotti 1,3 milioni di tonnellate di falsa mozzarella Made in Italy destinate al consumo interno e all’esportazione su mercati internazionali dove nonostante il minore
livello qualitativo rischiano di togliere ora spazio al prodotto Dop nazionale.

A livello nazionale occorre delimitare il rischio e tutelare gli allevatori dall’uso inconsapevole dei mangimi contaminati per evitare generalizzazioni che rischiano di provocare un
ingiustificato effetto valanga sulle vendite stimate già in calo fino dal 20 al 60 per cento, a seconda delle zone. E’ necessario fare chiarezza – continua la Coldiretti – per tutelare
l’immagine di un prodotto destinato per il 16 per cento all’esportazione che offre opportunità di occupazione a 20mila persone con una produzione annuale di circa 33 mila tonnellate.

La mozzarella di bufala – precisa la Coldiretti – è un prodotto simbolo del Made in Italy alimentare ed è esportata, soprattutto nei Paesi Europei, ma si sta estendendo anche al
Giappone e ad altri Paesi extra europei a cominciare dalla Russia. Dal 12 giugno 1996, la Mozzarella di Bufala Campana – ricorda la Coldiretti – ha ottenuto il riconoscimento del marchio a
Denominazione di Origine Protetta. Ne vengono prodotte circa 33 mila tonnellate, con un fatturato di oltre a 300 milioni di Euro e 20 mila occupati. E’ al quarto posto per produzione tra i
formaggi DOP in Italia ed in Campania si ottiene circa il 90 per cento del prodotto trasformato, mentre il basso Lazio e la provincia di Foggia trasformano il 10 per cento.

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