Un frutto per ogni stagione

Un frutto per ogni stagione

By Redazione

Ho conosciuto dei ragazzi per caso, perché sono sempre alla ricerca di prodotti genuini, ma soprattutto del contatto con le persone che li producono, perché ascoltando i loro
racconti, le loro storie e quello che hanno da dirti si comprende la passione e l’amore verso quello che fanno. Così, i prodotti della terra fatti crescere con amore e rispetto, sono
più buoni, non solo più genuini, ma più sani. Insomma, cerco di non fermarmi all’apparenza delle cose… all’aspetto della buccia.

Tramite l’agricoltura biologica ho scoperto l’agricoltura naturale. È un passo in più, un ritorno alle radici. Forse chi la pratica deve essere un po folle, per buttarcisi dentro
e crederci fino in fondo. Eppure ci sono persone che ci credono e credono in un modo naturale di produrre; hanno un forte attaccamento alla terra e un grande rispetto per il cibo e per la
natura. E soprattutto sono giovani. Sono tre ragazzi che ho conosciuto al mercatino biologico, a Gubbio. Anna, Luca e Paolo hanno le loro azienda e i loro orti, certificati Bio, nell’alta valle
del Tevere, zona fortemente vocata alla coltivazione di tabacco. Ma loro, contro tutto e tutti, hanno intrapreso un’altra strada. Dal biologico sono passati ad un’agricoltura naturale. Un modo
di coltivare la terra e trarne i frutti, nel pieno rispetto dell’ecosistema e della biodiversità. Le tre aziende sono miste, coltivano piante e allevano animali, e questo fa si che il
ciclo stesso della natura possa chiudersi.

Si ritrovano insieme, per organizzare in modo più razionale le semine e le vendite, cercano di coordinarsi per quanto riguarda le produzioni, in modo da avere un’offerta più ampia
e completa e che soprattutto riesca a coprire tutto l’anno. Si prestano attrezzi, partecipano a mercatini e preparano ceste di frutta e ortaggi per i gruppi di acquisto. Quando è
possibile fanno anche le consegne.

Il concetto di “agricoltura naturale” va oltre le certificazioni e i marchi BIO. Non significa soltanto rinunciare a prodotti chimici e fertilizzanti di sintesi, ma significa tornare passo dopo
passo al modo naturale di crescere delle piante, fare auto riproduzione di semi, praticare la consociazione con le erbe spontanee. L’associazione delle piante dell’orto, con quelle infestanti,
non è che positiva: le piante si aiutano a vicenda a combattere malattie e parassiti, a volte vengono lasciate marcire sul luogo anche perché aiutano a mantenere una certa
umidità nel terreno, lo coprono e ne fanno diminuire l’evaporazione, nello stesso tempo lo mantengono ricco di nutrienti.

Fare agricoltura naturale significa scegliere varietà locali, originarie e antiche, quelle che l’uomo e l’ambiente hanno selezionato da sempre e che per questo sono le più adatte
al territorio e alle condizioni climatiche, piante che producono frutti più o meno grandi rispetto alle varietà ibride, ma che sono naturalmente resistenti alle avversità
presenti e che per questo crescono bene anche senza prodotti chimici.
Un ritorno alla stagionalità dei frutti e dei prodotti dell’orto, che non esiste più grazie alle serre. Ma i prodotti con il loro vero sapore, hanno anche perso l’attaccamento
alle stagioni, al luogo e alle persone. E noi non ci rendiamo più conto di cosa stiamo mangiando. È perdere il contatto con la terra e con il tempo. Una volta si ricorreva alle
conserve… oggi, alle serre.

Eppure la stagionalità dei prodotti e delle produzioni è possibile. Si ha una maggiore ecologia nel territorio, anche circostante (perché poi contagia tutto), niente serre,
riscaldamenti invernali, meno trasporti e, migliore qualità del frutto: pomodori che sanno di pomodori maturi, che quando li raccogli sono ancora caldi.

E poi, un fatto che non va trascurato: il tempo dell’attesa. Un’attesa che diventa positiva, un aspettare che la pianta cresca e che dia i suoi frutti, con le cure migliori.

Dopo tutto, ci sono frutti e ortaggi in tutte le stagioni dell’anno. Basta organizzarsi! Un po’ come un tempo, quando il contadino doveva affrontare le diverse stagioni. “È vero,
è fatica e bisogna essere molto puntuali in natura, al momento necessario bisogna fare le diverse operazioni per non pagarne poi le conseguenze, ci si deve dedicare tanto e, anche
sperimentare. Però, poi, il raccolto da una grande soddisfazione, e questo basta. Ripaga di tutto il lavoro”.

Tutto questo insegna che una migliore naturalità e un approccio più sano sono possibili. Come una migliore qualità della vita. Non è utopia mangiare cose buone,
cresciute con cura; ritrovare i sapori originari e autentici, che non conosciamo più. Perché oggi, non solo non conosciamo più alcuni prodotti, autoctoni e che facevano
parte della biodiversità del nostro territorio, ma non conosciamo più nemmeno i veri sapori dei prodotti che utilizziamo. Mi sembra che oltre all’uso del naso la nostra
società stia perdendo anche quello del gusto (ma questo è un altro capitolo).

Vorrei terminare con le parole di Paolo:

“Questa esperienza mi sta portando a scoprire sapori nuovi e a riscoprire sapori dimenticati da tempo, come per esempio la rapa bianca, il fagiolo nero; mi piace cercare e provare ricette e
abbinamenti. Non mi annoio mai!
Un grande desiderio è che anche i miei amici possano sviluppare questo spirito della scoperta e del fare sempre di più per l’ambiente e per noi stessi”.

Isabella Ceccarelli

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