Tutela delle DOC, DOP e IGP, tema antico mai risolto by Comolli

Tutela delle DOC, DOP e IGP, tema antico mai risolto by Comolli

Giampietro Comolli:

TUTELA DELLE DOP E IGP. TEMA ANTICO, NON RISOLTO. UN CASO SPECIALE

Palazzo Roccabruna, a Trento, propone per il 14 giugno il convegno  “Cum Grano Salis” su un tema che attanaglia il vino italiano e il vino europeo da decenni: come tutelare le Doc, Dop, Igp rispetto alla pirateria, le false copie,  le storpiature dei termini, la difesa di un diritto, il valore di un marchio collettivo, la proprietà intellettuale, la difesa legale e giuridica.

Logo Palazzo Roccabruna -Anche e soprattutto i grandi vini italiani, i marchi più noti in primis, sono succubi dell’Italian sounding, oltre alle grandi contraffazioni e abusi delle denominazioni di prodotti food made in Italy. Problema nevralgico se vogliamo puntare ai 50 mld/euro di fatturato all’estero dell’agroalimentare italiano entro il 2020, se vogliamo far crescere una cultura della importanza delle materie prime e del modo di coltivarle, se vogliamo cancellare i 60 mld/euro/anno di fatturato del falso prodotto italiano.

Purtroppo sono molti anni che sento dibattere questo problema. Un problema che si risolve solo se la domanda, e non l’offerta, viene coinvolta e viene dotata di strumenti idonei per capire e per riconoscere. L’esempio della Cina che riconosce il marchio Bordeaux è un inizio. La Cina stessa che sta emanando in certe province norme di tutela dei propri vini, come già successo in Usa nella Napa Valley.

Giampietro Comolli presenta Guida Spumanti VE Enoteca SienaPorto un esempio italiano personale, (n.d.r. Giampietro Comolli) datato 1990-1992. Le Doc del vino italiano prendono origine da una norma del 1963 in applicazione di una direttiva Europea che riprendeva la tradizione latina-greca di denominare un prodotto alimentare con il nome stesso del luogo di produzione. Da allora le Doc, Dop, Igp hanno valore solo nei paesi europei, e non in tutti.

I casi tedeschi e polacco, ungherese e russo che per anni hanno storpiato – e ancora storpiano – prodotti di sola eccellenza italiana come Prosecco, Grana Padano, Aceto Balsamico …. sono solo la punta dell’iceberg di ciò che succede in Asia, Cina, Americhe e resto del vecchio continente. Nel 1990 sedevo al tavolo Italia per gli accordi Gatt-Trips di Lisbona, esperienza illuminante. L’Italia e l’Europa erano rappresentate da enologi, agronomi, ministeriali, produttori e ….gli altri ( Usa, Asia ecc..) rappresentati da giudici, procuratori, avvocati, legali.

Capii subito che lo strumento della proprietà collettiva intellettuale, anche se giusto e corretto, non avrebbe sconfitto le regole della domanda commerciale internazionale, il diritto anglosassone e le norme vincolanti dei brevetti industriali, per una bevanda di fantasia come un vino Docg. Quando arrivai in Franciacorta, stesi norme univoche e certe di produzione del vino e prima di pensare a fare pubblicità o promozione o eventi festival o viaggi promocommerciali autogratificanti, decisi di spendere il primo contributo ministeriale ottenuto solo per la tutela: costo totale di  45 milioni di lire di allora per registrare il marchio “ Franciacorta” non come Doc ma come brevetto di un prodotto in 28 paesi al mondo, quelli più vitivinicoli, incominciando dall’Uruguay dove era nato nel 1993 il primo grave attacco alla etichetta “Franciacorta”.

Morale: oggi sul mercato nazionale ed europeo ci sono una infinità di soggetti privati e pubblici pronti a inserire codici e marchietti, numeri e simboli, assoluti, unici, non copiabili, che servirebbero per garantire l’origine del prodotto e delle materie prime. Addirittura ci sono sistemi che uniscono prove con rifrazioni nucleari, analisi isotopiche a sistemi isogeologici in grado di legare assolutamente, per esempio per il vino, la varietà e la cultivar della pianta di vite con il dna del terreno in cui è impiantata e quindi garantire il binomio vite-terra in modo inalienabile e inossidabile.

Ma tutto questo è ancora visto dal lato della offerta, dal lato del produttore.

Ma non è tutto. Al  tema antico ancora da risolvere, si abbina un altro problema recente che lascia ancora dubbi e incertezze, perché difficile da definire senza scontentare nessuno.

Quali sono i capisaldi e i reali parametri che si possono definire catalogare e controllare per differenziare un prodotto alimentare e un vino fra #madeinItaly e #Italianstyle? Stiamo constatando su tanti mercati esteri che la bandierina tricolore più o meno alta o bassa, lunga o stretta, con o senza dicitura di eccellenza non sempre e non proprio risulta essere simbolo al 100% di quello che dovrebbe e vorrebbe significare per il consumatore straniero che è alla ricerca sempre – almeno quelli con una dotazione di spesa medio-alta – della verità espressa in etichetta. Allo stesso modo 5 marchi diversi che rappresentano la ristorazione italiana, da quella top a quella meno top, all’estero non aiutano certo nella chiarezza e sicurezza per il consumatore in quale ristorante sta entrando, che ricette e piatti troverà, da dove viene la materia prima e che caratteristiche ha!

Se a questi marchi poi si abbina anche un non-controllo di enti terzi e tutto diventa autoreferenziale e autodeterminato appare sempre più difficile fornire certezze. Eppure il mondo produttivo italiano del vino e del cibo è sicuramente quello che si è dotato di più strumenti normativi, legislativi e burocratici per il controllo. Ma il controllo si fa con la burocrazia?

Il consumatore americano o giapponese che ha una mentalità  totalmente diversa da quella europea-latina e punta sulle legalità giurisprudenziale dell’uso di un termine in etichetta più importante del luogo dove le prime materie prime sono prodotte e hanno avuto origina anche storica, come facciamo a garantire certe certezze attraverso la documentazione burocratica e la mancanza di una formazione ed educazione alla cultura?

La responsabilità principale sta nel mondo della produzione che deve essere non solo garante di se stessa e del proprio lavoro, ma deve essere pronta a sottoporre la propria capacità produttiva e qualità espressa al giudizio di altri e deve per questo investire in formazione, ricerca, cultura.

Giampietro Comolli
Newsfood.com

Cum grano salis, è un convegno ma è anche una rubrica di Newsfood.com, a firma di Giampietro Comolli)

 

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Giampietro Comolli

Giampietro Comolli

Nota: Giampietro Comolli è Editorialista di Newsfood.com,
Curatore della Rubrica di economia,  food&beverage e Gusturismo e della rubrica “Cum grano salis

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  Si chiama “Cum Grano salis” il convegno che si svolgerà il 14 giugno a Trento, presso Palazzo Roccabruna nella Sala del Conte di Luna.

Organizzato da Barzanò & Zanardo in collaborazione con il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, il convegno vuole fare un po’ di chiarezza sui diritti di proprietà intellettuale nel settore food e wine (Marchi, design, Dop, Doc, Igp).
Un momento di discussione importante, visto il ruolo delle denominazioni nel nostro Paese che sarà affrontato con gli esperti del settore. Tra gli interventi previsti, quello di Sabrina Schench, responsabile dell’Istituto Trento Doc; Beniamino Garofalo, direttore generale Cantine Ferrari Fratelli Lunelli; Penny Richards, dell’Institute of Masters of Wine; Alessandro Schiatti, presidente di I Love Italian Food.
 
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Redazione Newsfood.com

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