Tassa sugli junk food? Inutile e controproducente. I dubbi di Federalimentare ed esperti
19 Gennaio 2012
In cerca di risorse economiche, il Governo Monti sta valutando la possibilità di introdurre una tassa sul junk food. Ma se l’utilità economica sarebbe quasi garantita, ben diversa
e quella salutista.
Tra gli addetti ai lavori, studiosi e professionisti dell’economia, si levano voci di dissenso.
Voci come quella del dottor Andrea Ghiselli, Dirigente di ricerca e Responsabile dell’ufficio comunicazione INRAN.
Il giudizio del dottor Ghiselli è chiaro: “Una tassa discriminatoria potrebbe aumentare la confusione, oltre ad essere regressiva”. In primis, spiega il medico, non esistono alimenti
buoni ed alimenti cattivi. Tentare schedature porta a paradossi: “Allora e’ junk food tanta parte del patrimonio alimentare italiano, dall’olio di oliva, al parmigiano, al prosciutto crudo”.
Inoltre gli alimenti cattivi (merendine e bevande zuccherate) portano una minima parte delle calorie assunte.
In sintesi, per lo scienziato INRAN un’eventuale tassa sugli junk food sarebbe un azione forse con buone intenzioni ma dagli esiti sicuramente negativi.
Il provvedimento viene giudicato male anche da Filippo Ferrua Magliani, Presidente di Federalimentare, associazione che rappresenta le tutte le industrie produttrici del food&drink
italiano. Il Presidente Magliani articola la sua opposizione su più livelli.
Il primo è di principio: ‘E’ un’ipotesi che non ho difficoltà a definire malaugurata perché ritengo – a nome dell’industria alimentare del Paese – che la tutela sanitaria
dei nostri cittadini non si persegue con le tasse ma con l’educazione alimentare”.
Il secondo si appoggia sui dati di ricerche e studi scientifici. Come spiega Magliani, tali indagini dicono come le politiche sanitarie che attaccano gli alimenti “dannosi” hanno quasi sempre
esiti fallimentari.
Il terzo usa argomentazioni economiche. Gli italiani inseriscono gli alimenti nella categoria dei consumi anaelastici, di cui cioè non si può fare a meno. Di fronte ad un
eventuale tassa, conclude il Presidente, il consumatore si orienterebbe verso “Prodotti analoghi, più economici e di peggiore qualità, intaccando in questo modo non solo il potere
d’acquisto ma anche la qualità della dieta”.
Matteo Clerici
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