Studiare tecnologie di cattura del carbonio più economiche

Entro breve inizierà una nuova ricerca finanziata dall’Unione europea sulle tecnologie per la cattura del carbonio precombustione per le centrali alimentate a carbone o a gas, DECARBit,
progetto quadriennale sostenuto a titolo del Settimo programma quadro (7°PQ), sarà coordinato dall’organizzazione indipendente di ricerca norvegese SINTEF e coinvolgerà 14
partner di otto paesi diversi.

Gran parte della tecnologia oggi impiegata per la cattura di CO2 si affida a sostanze chimiche che lavano i gas effluenti e separano il CO2 dagli altri gas nel flusso di scarico, la cosiddetta
cattura post-combustione. Tale processo viene considerato più costoso e complesso rispetto alla cattura precombustione, un metodo che tenta di eliminare il carbonio dal carbone e dal gas
naturale prima che vengano di fatto inviati alla centrale.

Affinché venga decarbonizzato, il combustibile di base (carbone, gas naturale o biomassa) deve essere gassificato in un gas di sintesi, ricco di idrogeno e monossido di carbonio.
Quest’ultimo viene poi convertito in biossido di carbonio attraverso la combinazione con l’acqua, nella reazione «water gas shift» (WGS). Il CO2 può essere catturato e
immagazzinato, mentre il combustibile ricco di idrogeno e decarbonizzato viene inviato alla centrale.

La SINTEF, il futuro coordinatore del progetto DECARBit, fa parte del ramo norvegese della rete europea dei centri di collegamento dell’innovazione, che sostengono le società e le
organizzazioni di ricerca in settori di trasferimento tecnologico, accordi di licenza, diritti di proprietà intellettuale (DPI), nonché nell’individuare le fonti di finanziamento
dell’innovazione. L’organizzazione è inoltre coinvolta in numerosi progetti finanziati dall’Unione europea, tra cui cinque nel campo del trattamento del CO2, ma anche in altre aree di
ricerca.

La Norvegia, paese ricco di risorse petrolifere, è da tempo un importante attore nello sviluppo di tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). Nell’ottobre del 1996 è
divenuta operativa la prima centrale di cattura di CO2 in mare aperto nel giacimento di gas Sleipner Vest nel Mare del Nord, gestita dalla StatoilHydro, principale società norvegese per
il gas e il petrolio.

Secondo la SINTEF, è grazie a questa esperienza, nonché all’intensa collaborazione a livello nazionale tra la stessa organizzazione, la StatoilHydro e l’Università
norvegese della scienza e della tecnologia (NTNU), che la Norvegia è stata così efficiente nell’ottenere il sostegno dell’Unione europea per la ricerca.

«La partecipazione a questi progetti è importante per gli istituti di ricerca e per il paese stesso, in considerazione delle reti cui abbiamo accesso», dichiarano Nils A.
Røkke, direttore per la tecnologia dei gas presso la SINTEF, e il professor Olav Bolland dell’Università norvegese della scienza e della
tecnologia (NTNU).

Di recente, il governo norvegese ha annunciato che congelerà i finanziamenti statali per la ricerca nel trattamento di CO2. «La nostra preoccupazione riguardo al finanziamento
stagnante del settore pubblico qui nel nostro paese è che non ci consentirà di portare a termine gli essenziali aggiornamenti delle nostre strutture di laboratorio. Questo
potrebbe in futuro renderci meno competitivi in Europa», commentano Nils A. Røkke e il professor Bolland.

Mentre l’Unione europea, assieme ad alcuni governi nazionali, sta ampiamente investendo nello studio delle tecnologie di CCS, altri si sono avventurati nell’impiego di tali metodi ritenendoli
strumenti per combattere i cambiamenti climatici. Tuttavia, i critici avvertono dei possibili rischi dello stoccaggio del carbonio. Gli effetti della cattura marina, lo stoccaggio in mare
aperto, in acquifere aperte e nei laghi o sui fondali marini, per esempio, sono ancora pressoché sconosciuti.

Per ulteriori informazioni consultare:
https://www.sintef.no

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