Storie di pescatori a Slow Fish

Storie di pescatori a Slow Fish

By Redazione

Uno spazio raccolto – non più di 30 persone – per una chiacchierata con i “vecchi” protagonisti del mondo della pesca e del mare: ristoratori, trasformatori, pescatori, testimoni di uno
stile di vita plasmato dalla difesa dell’ambiente marino, nel mantenimento delle tradizioni. Tutto accompagnato da assaggi sfiziosi e buon vino.

I pescatori

L’oceano

I primi passi di Frank Fleming sono probabilmente stati su una barca. Un amore per il mare cresciuto fin da quando, ancora bambino, il padre portava lui e il fratello maggiore a pesca, nel mare
davanti a Schull, contea di Cork, Sud dell’Irlanda. Quando suo fratello completa gli studi e si laurea in ingegneria, insieme decidono di comprare un peschereccio e fare della propria passione un
mestiere. Frank ha solo vent’anni, ma le idee già chiare, conosce bene il mare e sa come rispettarlo, lavorando senza depredarne le risorse. Con gli anni però le difficoltà
crescono, soprattutto per i pescatori di piccola scala come loro che devono competere con quantità industriali di pescato industriale in arrivo da tutto il mondo e confrontarsi con misure
legislative (comunitarie e locali) restrittive.
Quattro anni fa Frank decide di dare il via a “Responsible Irish Fish”, iniziativa pensata per promuovere una pesca rispettosa dell’ambiente marino e nello stesso tempo sostenere l’economia
locale. “Responsible Irish Fish” è anche una certificazione che garantisce trasparenza di filiera (tutto il pescato proviene da pescherecci irlandesi che catturano solo specie locali) e
assicura il rispetto di quattordici criteri condivisi di sostenibilità che regolano tutte le pratiche di bordo. Frank è sicuro che pesca responsabile e salvaguardia dell’economia
locale siano le scelte giuste per assicurare un futuro non solo all’ambiente, ma anche al suo mestiere: «Tutti i pescatori dovrebbero avere a cuore la tutela dell’ecosistema marino,
altrimenti non c’è futuro. La crescente globalizzazione del mercato e l’impoverimento delle risorse ci hanno convinto ancor di più che è necessario distinguerci dalla pesca
industriale con una certificazione che rispecchi il nostro modo di vivere e di lavorare. Una scommessa che abbiamo vinto: nonostante la nostra sia una giovane iniziativa, abbiamo avuto una
risposta molto positiva dalla comunità, e tutto lascia ben sperare per il futuro. Spesso, acquistare materie prime locali prodotte con pratiche ragionate significa scegliere la migliore
qualità sul mercato, e il vantaggio è doppio: per noi e per i consumatori».
Incontri con il PescAutore – Granai della Memoria Frank Fleming: la buona Irlanda
del mare
, venerdì 27 ore 20

Il fiume

Giovanni Martinotti e Francesco Aralda sono gli ultimi rappresentanti di una stirpe di pescatori alle porte di Casale Monferrato. Ma in realtà nel Po non pescano più da ormai
trent’anni. E non certo per colpa del pesce siluro: «Nel Dopoguerra il fiume era magnanimo con la sua gente. A Terranova di Casale – frazione di Casale Monferrato – cinquanta famiglie
vivevano grazie alle sue risorse. Oggi l’hanno avvelenato, l’hanno stretto in argini insoliti. È una vittima del progresso e del cambio dei gusti degli italiani, il mio Po».
Giovanni, figlio e nipote di pescatori, si è fatto custode della tradizione del paese, e ancora ricorda perfettamente gesti e riti che, sul fiume, ha visto ripetere centinaia di volte
quando da ragazzo usciva in barca con il padre e lo zio. Francesco, classe 1937 come Giovanni, è l’ultimo pescatore di Terranova, ha smesso di uscire in barca con le sue reti solo
all’inizio degli anni Ottanta. Qui, in passato, di pesca si viveva bene, non ci si arricchiva, certo, ma il rapporto privilegiato con il fiume garantiva un reddito nettamente superiore a quello
dei braccianti nei campi.
Lo strumento principe per la cattura era il tramaglio, una tecnica con cui si portava a riva molto pesce: cavedani, barbi, carpe e, ogni tanto, anche qualche trota. Per le anguille si faceva
diversamente: si posavano nel fiume latte forate da dove, una volta entrati, questi animali troppo curiosi non riuscivano più a uscire. Ancora negli anni Sessanta il pesce era caricato su
un camion in piena notte e trasportato a Torino per essere venduto al mercato di Porta Palazzo. Prima del pesce di fiume, è scomparso il suo mercato, perché si sono dissolte,
più o meno contestualmente, sia l’offerta sia la domanda: l’ampia diffusione del pescato in arrivo dal mare ha stravolto i gusti degli abitanti della pianura padana, e nel contempo le
varietà tradizionali sono quasi completamente scomparse dalle acque del Po. «Finché è stato rispettato, il fiume è stato magnanimo: offriva cibo, legname
trasportato dalla corrente e buoni guadagni. Oggi rappresenta una tra le più illustri vittime del progresso».
Incontri con il PescAutore-Granai della Memoria Il nostro Po: ricordi di
pescatori
, sabato 28 ore 17

Il mare

Terra di mito e mistero, contesa tra Europa e continente asiatico, all’estremità nord orientale della Grecia, la Tracia è una delle regioni più pescose del Paese. Non
sorprende dunque che il mare sia stata la prima fonte di sussistenza per i Traci, da sempre conosciuti come esperti uomini di mare. È qui che vivono Georgios Zoidis e Stavros Kontos, due
pescatori che a Slow Fish mettono a confronto le proprie esperienze. Stavros ha 64 anni e custodisce la conoscenza tradizionale degli anziani di Alessandropoli, cittadina sulla costa la cui
identità è strettamente legata al mare. Georgios ha 16 anni, appartiene a una famiglia di pescatori da tre generazioni e ancora oggi segue gli insegnamenti paterni, pescando con
piccole imbarcazioni e metodi tradizionali.
Incontri con il PescAutore – Granai della Memoria I pescatori della Tracia
tra passato e futuro
, domenica 29 ore 17

Slow Fish è organizzato da Regione Liguria, Slow Food e Mareterra di Liguria – Fondazione Carige con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e
Forestali, Provincia di Genova, Comune di Genova, e il sostegno della Camera di Commercio di Genova.

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