Reati alimentari: di chi è la colpa?

Reati alimentari: di chi è la colpa?

N.B. I brani in corsivo sono tratti dal volume Guida alla legislazione alimentare – Editore EPC – Roma (vedi Note Finali)]

In materia alimentare non è agevole individuare il soggetto cui ascrivere la condotta penalmente rilevante e ciò quantomeno per due ordini di
motivi:

# in primo luogo perchè spesso si indagano profili psicologici colposi e non dolosi per cui è assai difficile individuare il soggetto cui attribuire la violazione della regola di cautela da cui è conseguita l’irregolarità;

# in secondo luogo perchè le aziende alimentari hanno in genere notevoli dimensioni e non è sempre corretto attribuire semplicisticamente la violazione al titolare o al legale rappresentante e quindi al vertice apicale di essa.

Come si vede, l’argomento è complesso. In questo articolo, quindi, ci limiteremo ad approfondire le tematiche relative alle tipologie societarie più strutturate (grandi aziende, catene di distribuzione) ed ai soli reati di natura colposa.

E’ utile, a questo proposito, chiarire cosa si debba intendere, dal punto di vista legislativo, per “colpa”:

La colpa viene definita dall’art. 43, terzo comma C.P.: “il delitto è colposo o contro l’intenzione quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza, imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”. Nel reato colposo, infatti, il soggetto agente non ha voluto né direttamente né indirettamente il fatto previsto dalla legge come reato.

Altrettanto opportuno ci pare fornire una breve definizione di quelli che sono considerati i tipici profili comportamentali della “colpa”:

# negligenza: è la “diligenza” in negativo e comprende atteggiamenti quali la mancanza di attenzione, di cura, di accortezza rispetto al modello
comportamentale dovuto;

# imperizia: è la “perizia” in negativo e si caratterizza per l’assenza di quelle cognizioni tecniche e specifiche che caratterizzano una determinata attività professionale e che possono determinare forme di ignoranza o di errore nelle attività da espletare;

# imprudenza: è la “prudenza” in negativo e riguarda un criterio dell’agire umano che ogni soggetto, indipendentemente dalle sue conoscenze più o meno specialistiche, deve seguire se non vuole incorrere in colpa e, quindi, in responsabilità.

Chiaro, quindi, che, nel caso di aziende di grandi dimensioni, caratterizzate da strutture complesse ed attività diversificate, la presenza di modelli
organizzativi
risulta essenziale.

Dovrà, perciò, essere cura del vertice aziendale (proprio per evitare che eventuali colpe siano attribuite “semplicisticamente” a lui) redigere e mantenere aggiornati documenti (organigrammi) dai quali sia possibile ricavare sia le dipendenze (gerarchiche e funzionali) sia le specifiche responsabilità, che daranno luogo a deleghe.

Si tratta, a questo punto, di stabilire a quali condizioni è lecito avvalersi dell’istituto della delega:

In dottrina e giurisprudenza si è addivenuti ad una puntuale elencazione dei presupposti che legittimano l’adozione di una delega. Questi sono i
casi:

# quando vi sia un’esigenza effettiva e costante dell’azienda;

# quando l’azienda abbia dimensioni significative;

# quando l’azienda, sia pur non particolarmente imponente quanto a dimensioni, abbia un ciclo produttivo complesso o particolarmente articolato;

# quando la delega stessa venga conferita a soggetto capace e che abbia poteri di spesa e decisionali;

# quando il delegante non si ingerisca dopo aver delegato;

# quando la delega sia certa e specifica.

Parlando di deleghe, è utile ricordare due dei difetti più comuni nei quali si può incorrere:

# culpa in eligendo (si è scelta la persona sbagliata): si riferisce all’ipotesi prevista dall’art. 2049 c.c. (responsabilità del datore di lavoro per i danni arrecati dal fatto illecito dei suoi dipendenti). Ciò che il legislatore rimprovera a costoro è appunto il fatto di non aver curato con la dovuta accortezza la
scelta dei propri collaboratori.

# culpa in vigilando (non la si è controllata a sufficienza): l’espressione viene usata tutte le volte in cui la responsabilità per il fatto illecito altrui viene attribuita a coloro che sono tenuti alla sorveglianza di determinate persone reputate non in grado di svolgere pienamente i compiti loro affidati. (artt. 2047-2048 c.c.).

Sempre a proposito di deleghe, è utile osservare che, in ambito penale alimentare la delega non deve essere necessariamente scritta.

Un’azienda seria, in realtà, avrà tutto l’interesse, ove necessitata da oggettive esigenze strutturali e gestionali, ad utilizzare deleghe scritte. In mancanza di queste i vertici apicali, salva la rischiosa prova testimoniale di deleghe orali a terzi, ben difficilmente potrebbero sottrarsi alla responsabilità penale.

Quindi, che tu sia delegante o delegato, adesso sai come regolarti.

Note finali

Guida alla legislazione alimentare – Editore EPC – Roma

Il Gruppo EPC

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Dott. Alfredo Clerici
Tecnologo Alimentare

Newsfood.com

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Commento ( 1 )
  1. FoodForum
    2 Gennaio 2015 at 6:15 pm

    Buongiorno,

    sull’argomento segnalo l’interessante discussione intitolata “Reati alimentari: chi ne risponde?” (http://www.taff.biz/legislazione-alimentare/1324-5-reati-alimentari-chi-ne-risponde/1) aperta su Talkin’about Food Forum – TAFF – e a cui, tra gli altri, partecipa lo stesso Dott. Alfredo Clerici (http://www.taff.biz/utenti/alfclerici).

    Cordiali saluti,
    FoodForum

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