Quale futuro per Parmalat?

E’ cominciato nei giorni scorsi il maxi-processo per il crack del gruppo alimentare Parmalat, seguito mediaticamente alla stregua del delitto di Cogne il procedimento penale è stato
denominato il «processo del secolo» per il numero delle persone interessate, per le cifre da capogiro che hanno contraddistinto il crack e per la mostruosa ramificazione della
truffa che nel 2003 fu messa in atto dal patron del gruppo Calisto Tanzi e dai suoi stretti collaboratori.

A cinque anni suonati dai giorni in cui il castello di carte dei Tanzi rischiò inesorabilmente di crollare portandosi dietro un sistema produttivo sano e competitivo si discute ora del
futuro del gruppo. L’azione portata avanti dall’ad straordinario Enrico Bondi ha avuto degli effetti importanti, anche grazie al sostegno delle istituzioni ma anche, non secondariamente, al
senso di responsabilità avuto dalle organizzazioni sindacali. Sebbene, infatti, l’industria Parmalat fosse sana a dispetto dei suoi libri contabili i lavoratori hanno comunque dovuto
pagare un prezzo tutt’altro che esiguo perché la loro azienda trovasse la forza di uscire dal guado.

Delle relazioni industriali alte e responsabili, insieme al lavoro svolto con caparbia per far quadrare i conti, hanno reso possibile ora parlare di un futuro molto più roseo per il
gruppo e per i suoi lavoratori.

I dati più che lusinghieri relativi all’esercizio per l’anno 2007 che hanno fatto segnare una crescita del fatturato del 9% su scala mondiale e del 13% su scala nazionale consentono di
programmare investimenti a medio termine in grado di rilanciare Parmalat e di farla volare. Ai guadagni relativi alle vendite si aggiungano, poi, il buon andamento del titolo azionario e le
entrate relative al meccanismo delle risarcitorie che si attestano intorno al milione di euro.
Su questo punto in particolare hanno messo già gli occhi in tanti. C’è, infatti, chi all’interno di Parmalat vorrebbe ridistribuire queste entrate tra i soci azionisti e chi, come
la Flai-Cgil, vorrebbe che fossero utilizzate per degli investimenti in grado di far fare al gruppo un notevole salto di qualità. Una sorta di riproposizione dell’antico dilemma
«meglio un uovo oggi o la gallina domani».

«La Flai-Cgil» – ha avuto a dire all’avvio del processo il suo Segretario generale Franco Chiriaco – «ritiene utile che tutte le risorse siano reinvestite per consolidare
ulteriormente la posizione strategica del gruppo». Come? Chiriaco lo spiega bene e suggerisce di investire sui prodotti ad alto valore aggiunto come il latte funzionale, gli yogurt e i
succhi di frutta e «dare vita ad un’operazione di ricerca e innovazione sulla linea salutistica e nutrizionale dei prodotti». «Si potrebbe quindi» – ha continuato
Chiriaco – «pensare di rafforzare il ramo lattiero-caseario oppure lavorare per acquisizioni strategiche in settori merceologici affini per la costituzione di un polo agro-alimentare sul
quale Parmalat potrebbe giocare il ruolo di capo-fila.»
Ma si sa che l’occasione rende l’uomo ladro e si rende, pertanto, necessario vigilare e resistere affinché per Parmalat non prevalgano interessi che poco hanno a che fare con lo sviluppo
industriale e con la valorizzazione del capitale umano impiegato nel gruppo. Capitale umano che ha già pagato un caro prezzo e che oggi vuole sentire parlare solo di consolidamento, di
sviluppo e di lavoro.
Il rinnovo per l’accordo di gruppo, del quale si sta discutendo in queste ore, e la stesura di un piano industriale di medio termine per il biennio 2008-2009 saranno le occasioni propizie per
dare a Parmalat e ai suoi lavoratori un futuro migliore.

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