Pasqua: tavole meno “ricche”. Calano i consumi, ma il “caro-prezzi” fa salire la spesa degli italiani

Tavole meno «ricche» a Pasqua, calano del 3 per cento, in quantità, i consumi alimentari rispetto allo scorso anno, ma la spesa, in volume, cresce del 4,5 per cento a causa
dei rincari che si sono verificati negli ultimi mesi.

A vincere sarà, comunque, ancora una volta la tradizione. Gli italiani per le prossime feste spenderanno 2,3 miliardi di euro, di cui 1,9 per comprare agnelli, pollame, salumi, carni
bovine e suine, formaggi, ortaggi, frutta, dolci, uova, pasta e pane e 400 milioni di euro per vini e spumanti. Lo rende noto la Cia-Confederazione italiana agricoltori la quale evidenzia come
le difficoltà economiche delle famiglie e il «caro-prezzi» stanno determinando scelte sempre più oculate e l’acquisto dei prodotti più convenienti, anche se si
continua a guardare con attenzione a quelli tipici di questo periodo, fortemente legati al territorio.

Secondo la Cia, gli italiani ripartiranno in questo modo le spese per allestire i pranzi di Pasqua e Pasquetta: 320 milioni di euro per pane, paste e dolci; 360 milioni di euro per i formaggi;
550 milioni di euro per salumi, insaccati, agnelli e carni; 290 milioni di euro per ortofrutticoli (in particolare, carciofi, asparagi, radicchio) e per i legumi; 300 milioni di euro per l’olio
d’oliva. Da non dimenticare, poi, le uova che durante questa settimana se ne consumano più di 390 milioni, soprattutto per preparare i classici dolci pasquali, per una spesa complessiva
che si aggira attorno ai 80 milioni di euro.
Come Natale e Capodanno scorsi, anche Pasqua -avverte la Cia- sarà «austera». Non ci saranno spese folli, almeno sotto l’aspetto alimentare. Così, anche a causa delle
cattive condizioni metereologiche, prevarranno pranzi e cene tra le mura domestiche, fatta qualche eccezione per il giorno di Pasquetta.

Nelle feste pasquali -sottolinea la Cia- continuerà, pertanto, la flessione dei consumi che da tempo interessa generi come il pane, la pasta, i formaggi, gli ortofrutticoli, la carne
(salvo quella avicola che prosegue il suo trend d’ascesa dopo il crollo subito dalla psicosi dell’influenza aviaria).
Comunque, oltre ai tradizionali dolci (uova, colombe), nei menù pasquali ci saranno più prodotti tipici e di qualità che costituiscono un grande patrimonio per il nostro
Paese. Non solo, però, Dop, Igp, Doc e Igt, ma anche quelli che hanno tradizioni profonde, un forte legame con il territorio e che non hanno ancora avuto il riconoscimento europeo.
C’è, infatti, una ricerca, da parte degli italiani, di prodotti di «nicchia», frutto della paziente e secolare opera dei nostri agricoltori.

Sulle tavole imbandite e nelle «scampagnate» per le cosiddette gite «fuori porta» del giorno di Pasquetta i prodotti tipici, dunque, anche quest’anno troveranno il loro
spazio. Si va -sostiene la Cia- dal prosciutto di Parma a quello di San Daniele, dal culatello di Zibello al capocollo, alla soppressata di Calabria, dallo speck dell’Alto Adige al Lardo
d’Arnaud della Val d’Aosta, dal gorgonzola al Parmigiano Reggiano, al Grana Padano, al Pecorino Romano e Sardo, dal caciocavallo Silano al carciofo romanesco, al radicchio rosso di Treviso,
dall’olio di oliva di Brisighella a quelli di Canino, del Cilento, della Riviera Ligure, della Sabina, dell’Umbria, delle Valli Trapanasi e della Terra di Bari, al pane casereccio di Genzano e
di Altamura.

Così la spesa per imbandire le tavole per le feste pasquali
Pane, pasta, dolci 320 milioni
Formaggi 360 milioni
Salumi, insaccati, agnello, pollame e carni 550 milioni
Olio d’oliva 300 milioni
Frutta e ortaggi 290 milioni
Uova 80 milioni
Vini e spumanti 400 milioni
Totale 2.300 milioni

Fonte Cia-Confederazione italiana agricoltori

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