Pane quotidiano: i nuovi poveri siamo noi, in camicia e cravatta

Pane quotidiano: i nuovi poveri siamo noi, in camicia e cravatta

By Redazione

A Milano vado molto spesso ma sempre di corsa tra un impegno e l’altro.
La frenetica vita di oggi non permette più di accorgersi di ciò che succede intorno a noi. Non ci conosciamo neppure tra vicini di pianerottolo.
Pochi giorni fa, un sabato verso mezzogiorno, stavo passando in via Toscana ed ho notato una lunga fila di persone, in doppia fila sul marciapiede, una fila lunga qualche centinaio di
metri.

Ho pensato ad una partita di calcio ma lì non c’è uno stadio! Sono tornato indietro e, come un cretino, mi sono reso conto che era gente in attesa del suo pane quotidiano. Sulla
porta d’ingresso c’era scritto proprio così: “Pane quotidiano”.

Sapevo che ci sono persone bisognose che vanno alla Caritas e in altri centri caritatevoli che per missione aiutano coloro che sono senza un tetto, non hanno alcun sostentamento e vivono di
carità.

Mai avrei immaginato di vedere in coda gente normale, vestita in modo normale che pazientemente aspettava il suo turno, come se fossero in coda ad uno sportello bancario.

Chi è “Pane quotidiano”?
Ho chiesto a Google.

(dal sito http://www.panequotidiano.eu)
Oltre a ricevere un aiuto concreto, ciascun Ospite/Assistito vede rispettata la propria individualità, la propria libertà, indipendentemente dal colore della pelle e dalle proprie
credenze. Gli Ospiti giornalieri sono infatti passati dagli 80/100 di 30 anni fa ad una media quotidiana di 2.500 / 3000 persone, per complessive 660.000 presenze nel 2009.
Questo dato ci preoccupa molto, perchè rappresenta la nuova povertà.

Se un tempo era un fenomeno marginale che riguardava soltanto fasce residuali, per lo più senza lavoro, oggi invece la povertà va a toccare anche chi un reddito ce l’ha.
Sembrerà paradossale, ma la speranza dell’associazione è che un giorno si possa chiudere i battenti: ciò significherebbe che la povertà non esiste più e che
veramente si sarebbe creato un mondo migliore…

Chiediamo alle aziende di volerci sostenere con la fornitura di generi alimentari.
Il fine è continuare ad alimentare quello che storicamente viene tenuto in vita da oltre 113 anni per volere di aziende, banche, commercianti, privati attivi nel sociale.
Non ci sono “preferenze” di alimenti; tutto ciò che vorrete donare alla nostra associazione verrà accolto con gratitudine.

Sostenerci è semplice, contattando direttamente il nostro Presidente Pier Maria Ferrario.
Ai seguenti riferimenti e saremo felici di illustrarvi tutti i vantaggi e le opportunità:
PANE QUOTIDIANO – A fianco di chi ha bisogno – ONLUS – 

V.le Toscana 28 – 20136 Milano
Viale Monza 335 – 20126  Milano
Tel. 02.58310493 – fax 02.58302734
 info@panequotidiano.eu 
PANE QUOTIDIANO – BANCA INTESA SANPAOLO

conto corrente bancario N° 66101/22
IBAN: IT55R0306909502000006610122

Ho trovato anche una storia che vi invito a leggere, la storia di un cuoco che guadagnava 2.500 Euro/mese

LA GUERRA DI PIERO PER IL PANE QUOTIDIANO: La povertà sempre più “normale” di un pensionato milanese…
Postato alle 07:44 di mercoledì, 16 febbraio 2011
da: [Masaghepensu]

di Mimmo Lombezzi
“In carcere anche il denaro è sorvegliato” diceva in una vecchia intervista Adriano Sofri “tu non puoi spendere più di 800 mila lire al mese. Viviamo in una specie di regime
monastico”. Ottocento euro al mese, che, pagato l’affitto, diventano 350, hanno imposto un regime monastico anche a Piero Vinarozzi, un cuoco in pensione che incontro a Milano, alle distribuzioni
di cibo di “Pane quotidiano”…

“DI SOLITO PRENDO  frutta, verdura e a volte del vestiario” dice Piero. “Oggi ho preso del pane, del cioccolato, una camicia e un paio di calzoni”.
Intorno a lui rumeni, arabi, albanesi e qualche italiano.
Gli immigrati nascondono la faccia perché non tutti hanno il permesso di soggiorno, gli italiani perché si vergognano.

Piero invece parla senza problemi, quasi fosse il portavoce di quella povertà disciplinata che ogni mattina si mette in coda fra comitati di piccioni che si contendono le briciole di pane
cadute dai sacchetti.
“Perché dovrei vergognarmi…?, dice.
Io sono passato dal benessere alla povertà.
Guadagnavo circa 2.500 euro e sono andato in pensione con un terzo dello stipendio e con quelli ci devo bere, mangiare, pagare l’affitto e le spese di condominio. Non ho vizi. Non fumo, non vado
al bar e non compro neppure quotidiani. Leggo quelli gratuiti”.

Lo slogan “La crisi è alle nostre spalle” per Piero ha un significato letterale: alle sue spalle le vittime della crisi si moltiplicano di giorno in giorno.
“Dieci anni fa eravamo qualche centinaio, dice, oggi siamo oltre 1000, che diventano 4000 il sabato e la domenica. Se viene un fotografo o una telecamere tutti si nascondono”.

Nel senso che sono aumentati gli italiani…?. “Sì, risponde. Soprattutto gli anziani”.
Gli chiedo quanto tempo resti da “Pane quotidiano”, mi dice “un’oretta volentieri” ma che le prime volte si vergognava “perché molta gente mi conosceva.
Anche se nessuno mi ha mai aiutato”.

Il monolocale di Piero dista meno di due chilometri dai banchi di “Pane quotidiano”.
Sulle pareti sono appese le foto di quando era un marito felice e un cuoco stimato con uno stipendio dignitoso mentre tre spade da samurai made in China alludono più a una sconfitta che a
una battaglia.

Dopo la separazione, Piero ha lasciato la casa alla moglie e al figlio (che ormai è un   adulto) ed è andato a vivere in affitto, cioè in uno spazio di 25 metri quadrati
ma i suoi rapporti con i familiari evocano i racconti di Carver.
Gli chiedo cosa dica sua moglie del fatto che vada alle distribuzioni di cibo.
“Ognuno sta sulle sue”, risponde.
Non le ha mai detto vieni a mangiare da me…?
“No”.
Ma non le dispiace della sua situazione…?
“Non gliel’ho mai chiesto, dice Piero. Sa, quando sono andato in pensione mi ha detto: neanche un lavapiatti ha una pensione così”.

E suo figlio…?
“Non gliene frega niente. Lui fa la sua vita”…

ALLE PARETI sono appese alcune bacheche piene di nodi da marinaio, scorsoi come l’indigenza e indissolubili come il rimpianto. E poi ci sono le foto di Marilyn Monroe e un’overdose di “vita
spericolata” affidata a film e telefilm: tutti dvd gratuiti allegati ai giornali. “Non ho abbastanza soldi per comprarli o noleggiarli.
Non ho abbastanza soldi per andare al cinema o a teatro e ho rinunciato anche a bere un aperitivo con i vecchi amici. Pagavano sempre loro e quando arrivava il mio turno non potevo mai
farlo”.
La povertà, a poco poco, ha rinchiuso la vita di Piero in una prigione di 25 metri quadrati. “Tutta la mia vita è qui, dice, mi alterno fra il mangiare e il dormire”.

Quando la storia di Piero è stata trasmessa da Mattino 5, Massimo Verdi, un dirigente della Lavazza che sta al Cairo, mi ha telefonato. “Stiamo cercando dei cuochi per un ristorante
italiano che stiamo aprendo qui. La storia di Piero mi ha colpito e penso che qui potrebbe ritrovare il suo lavoro e un buon stipendio”.
“Troppo tardi, mi ha risposto Piero, sono troppo vecchio e un problema di salute mi impedisce di allontanarmi da Milano. Dieci anni fa sarei partito subito”. Oggi Verdi è ancora al Cairo e
Piero è ancora nel suo monolocale.

Su Internet trovo un vecchio articolo del Corriere della Sera che parla del ristorante “Da Pietro La Rena” segnalando “Una trattoria simpatica, semplice, cordiale. La cucina è tutta nelle
mani di Piero Vinarozzi che del pesce è autentico maestro”. L’articolo è stato scritto nel 1995, quando le code per il pane erano immagini dei paesi dell’Est…
(Il Fatto di Merc. 16 Feb. 2011)  

Tra pochi giorni è Natale, lo passerò coi miei familiari, non tutti, ma penserò anche a chi gli affetti non li ha più e non mi scorderò mai di quella lunga
coda che è destinata a crescere.

E’ un Natale amaro ma spero tanto che il destino non ci riservi un futuro ancora più amaro.
Questo Natale pensiamo un po’ anche agli altri, a quelli che stanno peggio di noi.

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Giuseppe Danielli
Newsfood.com

 

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