Medici di famiglia, salta la riforma: sanità territoriale ancora senza svolta

Medici di famiglia, salta la riforma: sanità territoriale ancora senza svolta

By MM

La riforma dei medici di famiglia si ferma prima ancora di arrivare al traguardo. Dopo mesi di annunci, confronti e tensioni, il Governo ha ritirato il decreto che avrebbe dovuto modificare in profondità l’organizzazione della medicina generale e il rapporto tra medici di medicina generale, Servizio sanitario nazionale e Case della Comunità.

La notizia segna una battuta d’arresto pesante per uno dei capitoli più delicati della sanità italiana. Il tema non riguarda soltanto il futuro professionale dei medici di base, ma l’intero modello di assistenza territoriale, cioè quella rete di servizi che dovrebbe evitare ai cittadini di dover ricorrere all’ospedale per ogni bisogno sanitario.

Secondo quanto emerso nelle ultime ore, il progetto di riforma prevedeva l’inserimento più strutturato dei medici di famiglia nelle Case della Comunità e, per una parte di loro, il possibile passaggio alla dipendenza. Una prospettiva che ha provocato forti resistenze da parte delle rappresentanze della categoria e che ha aperto uno scontro tra Governo, Regioni e sindacati medici.

Il risultato, almeno per ora, è un arretramento. Resta sul tavolo una possibile soluzione molto più limitata, legata all’ipotesi di prevedere alcune ore settimanali dei medici di famiglia nelle Case della Comunità. Ma la riforma complessiva, quella annunciata come passaggio decisivo per ridisegnare la sanità territoriale, sembra essersi arenata.

Sanità territoriale, il problema resta aperto

Lo stop al decreto sui medici di famiglia non chiude il problema. Al contrario, lo rende ancora più evidente. L’Italia ha bisogno di una sanità territoriale più forte, più accessibile e più vicina ai cittadini, soprattutto in un Paese che invecchia e nel quale aumentano le patologie croniche.

La pandemia aveva mostrato con chiarezza i limiti di un sistema troppo concentrato sugli ospedali e troppo fragile sul territorio. Da lì era nata la promessa di rafforzare l’assistenza di prossimità, anche attraverso le Case della Comunità finanziate dal PNRR. Strutture pensate per ospitare medici, infermieri, professionisti sanitari, servizi diagnostici, presa in carico dei pazienti cronici e collegamento con l’assistenza domiciliare.

Il punto, però, è sempre lo stesso: non bastano i muri, le targhe e i rendering. Una Casa della Comunità senza personale rischia di essere una sala d’attesa elegante del nulla. E il nulla, notoriamente, ha un pessimo rapporto con le liste d’attesa.

Il nodo della riforma dei medici di famiglia si inserisce quindi in una questione più ampia: chi deve garantire concretamente l’assistenza territoriale? Con quali contratti? Con quali risorse? Con quale rapporto tra Stato, Regioni, professionisti convenzionati e personale dipendente?

Lo scontro tra Governo e Regioni

La vicenda ha assunto rapidamente anche un significato politico. Il ritiro del decreto ha provocato tensioni tra Governo e Regioni, con particolare attenzione alla posizione della Lombardia.

L’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso, tra i sostenitori di una riforma più incisiva della medicina territoriale, ha lasciato l’incarico di vicepresidente della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni. Un gesto che segnala quanto il confronto non sia soltanto tecnico, ma profondamente politico.

La riforma dei medici di famiglia tocca infatti interessi e visioni molto diverse. Da una parte c’è chi ritiene necessario integrare maggiormente la medicina generale nel Servizio sanitario nazionale, superando almeno in parte il modello convenzionato. Dall’altra c’è chi difende l’autonomia professionale dei medici di medicina generale e teme che il passaggio alla dipendenza possa appesantire il sistema senza risolvere i problemi reali.

In mezzo ci sono i cittadini, che spesso fanno fatica a trovare un medico disponibile, soprattutto nelle aree più fragili, nei piccoli comuni, nelle periferie urbane e nei territori dove molti professionisti sono andati o stanno andando in pensione.

Medici di famiglia e cittadini senza risposte

La questione dei medici di famiglia non è una disputa per addetti ai lavori. Ha conseguenze molto concrete nella vita quotidiana delle persone.

Quando manca un medico di base, il cittadino perde il primo punto di riferimento del sistema sanitario. Diventa più difficile gestire una malattia cronica, ottenere una prescrizione, orientarsi tra visite specialistiche, esami, terapie e percorsi di cura. Gli anziani e le famiglie più fragili sono i primi a pagare il prezzo di questa disorganizzazione.

Il rischio è che la mancata riforma finisca per lasciare tutto com’è: medici sovraccarichi, cittadini disorientati, pronto soccorso sotto pressione e Case della Comunità ancora lontane dal diventare davvero il cuore della nuova sanità territoriale.

Il tema vero, dunque, non è soltanto se il medico di famiglia debba essere convenzionato o dipendente. Il tema è come costruire una rete stabile, integrata e funzionante. Una rete in cui il medico di medicina generale non sia lasciato solo, ma lavori insieme a infermieri, specialisti, operatori sociosanitari, professionisti della riabilitazione, assistenti sociali e personale amministrativo.

La posizione di FIALS Lombardia

Sul tema è intervenuta anche FIALS Lombardia, che vede nelle dichiarazioni di Bertolaso la conferma di criticità denunciate da tempo.

«Lo diciamo da anni: non esiste alcuna emergenza improvvisa. La situazione attuale è la conseguenza di scelte che hanno progressivamente impoverito l’attrattività delle professioni sanitarie. Se oggi mancano infermieri, significa che per troppo tempo non si è investito adeguatamente su chi opera negli ospedali e nei servizi territoriali», dichiara Roberto Gentile, segretario generale di FIALS Lombardia.

Secondo il sindacato, gli incentivi agli studenti possono rappresentare un segnale positivo, ma non sono sufficienti ad affrontare il problema.

«Ben vengano le iniziative che aiutano i giovani a intraprendere il percorso infermieristico. Tuttavia il vero tema è un altro: come trattenere questi professionisti nel Servizio sanitario pubblico una volta conclusi gli studi. Se le condizioni economiche e professionali restano inadeguate, continueremo a registrare abbandoni, dimissioni e una crescente fuga verso altri settori o verso l’estero», prosegue Gentile.

Per FIALS occorre intervenire in modo strutturale sulla valorizzazione delle professioni sanitarie.

«Servono stipendi adeguati alle responsabilità esercitate, una reale valorizzazione delle competenze, percorsi di carriera concreti e condizioni di lavoro che consentano agli infermieri, alle ostetriche e a tutti i professionisti sanitari di scegliere di restare nel Servizio sanitario pubblico. Tutto il resto rischia di essere soltanto un tentativo di gestire l’emergenza senza risolverla», conclude Gentile.

Case della Comunità, personale e futuro del Servizio sanitario nazionale

Il caso dei medici di famiglia mostra una difficoltà più generale della politica sanitaria italiana: tutti concordano sulla necessità di rafforzare il territorio, ma ogni volta che si entra nel merito delle scelte organizzative il confronto si blocca.

Le Case della Comunità dovrebbero diventare il simbolo di una sanità più moderna, più vicina e meno ospedalocentrica. Ma per funzionare hanno bisogno di personale, orari certi, servizi realmente disponibili e collegamenti efficaci con ospedali, assistenza domiciliare e comuni.

Senza questo salto organizzativo, il rischio è che la sanità territoriale resti una bella formula da convegno. Una di quelle espressioni che piacciono molto nei documenti programmatici, ma che poi il cittadino fatica a trovare quando ha bisogno di una visita, di una risposta o semplicemente di qualcuno che alzi il telefono.

La riforma dei medici di famiglia avrebbe potuto essere l’occasione per affrontare questi nodi in modo organico. Il suo stop, invece, conferma la difficoltà di costruire una sintesi tra esigenze dei professionisti, autonomia regionale, indirizzo nazionale e diritti dei cittadini.

Una riforma mancata che lascia tutto sospeso

La vicenda si chiude, per ora, con una certezza: la sanità territoriale resta sospesa. Il Governo arretra, le Regioni protestano, i medici rivendicano il proprio ruolo, i sindacati denunciano la mancanza di personale e i cittadini continuano a misurare nella vita quotidiana la distanza tra gli annunci e i servizi reali.

Lo stop alla riforma dei medici di famiglia non è quindi solo una notizia politica. È il sintomo di un sistema che sa indicare le emergenze, ma fatica a trasformarle in decisioni. E nella sanità il tempo perso non è mai neutro: diventa attesa, rinuncia alle cure, sovraccarico degli ospedali e maggiore fragilità sociale.

Per questo il tema tornerà presto al centro del confronto pubblico. Perché la medicina territoriale non può restare un cantiere eterno. E perché un Paese che non riesce a garantire ai cittadini un medico, una presa in carico e una rete sanitaria vicina non ha solo un problema organizzativo: ha un problema di fiducia nel proprio Servizio sanitario nazionale.

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