Madri con la valigia

I figli ‘so’ piezz’ e core e nun s’hanno lassà’ recita una canzone napoletana, ma se questo è l’istinto materno universale, molte donne immigrate devono accantonarlo, costrette a
lasciare i loro piccoli nel paese d’origine.

«Prima vado io, mi trovo un lavoro e poi porto il bimbo», pensano in molte prima di chiudere la valigia e partire in cerca di lavoro. In effetti, essere madri lontane da casa
è un’esperienza particolarmente forte: la necessità di conciliare gli impegni extradomestici, la vita familiare e le relazioni sociali, problema comune a molte lavoratrici, si
amplifica per le immigrate, che non possono contare su una rete di rapporti familiari e su un’occupazione stabile.
A rivelare la condizione di vita di queste donne a Roma è uno studio di Susanna Mayer e Tullia Musatti dell’Istituto di scienza e tecnologie della cognizione (Istc) del Cnr, pubblicato
da Franco Angeli editore. Il quadro che ne scaturisce è frutto di alcune interviste rivolte a 39 madri immigrate in Italia da 24 paesi d’Europa, Asia, Africa e America Latina su temi
importanti della maternità.

Spesso il trauma del distacco, si legge nello studio, è seguito da uno molto più grande: non essere riconosciute dal proprio piccolo. «Mi mancava?», racconta una donna
dell’America Latina, «ma dopo che lei (la bambina n.d.r.) è arrivata qui siamo rimasti senza lavoro, siamo rimasti senza casa? quando è arrivata non si è neanche resa
conto che io fossi la mamma. Poi non sapevo dove metterla, sono andata a fare la richiesta per metterla nel nido». La maggior parte delle madri intervistate svolgono lavori domestici o
legati alla cura della persona e hanno i figli con loro. Ma la lontananza dei familiari, la paura di perdere il posto o l’impossibilità di poter contare sul tempo libero del proprio
compagno, le fa sentire sole socialmente e psicologicamente.
«Con la nascita del figlio molte hanno lasciato il lavoro, per riprenderlo quando hanno potuto inserire il bambino in un nido o nella scuola dell’infanzia», continuano le
ricercatrici. «Un’altra soluzione è quella di portare i figli a casa di una connazionale che se ne prende cura durante le ore lavorative. Le madri che hanno un’occupazione stabile,
invece, sfruttano la possibilità di ottenere i congedi parentali».

Ma non c’è solo il lavoro. L’educazione e l’inserimento sociale richiedono tempo e dedizione. «La paura del rifiuto dei propri figli da parte dei vicini si mescola al timore di
esporre i bambini a rapporti sociali in un paese diverso», spiegano Mayer e Musatti. Così una madre africana non può sfuggire alla domanda del piccolo sul perché del
suo colore. «Non sei nero», corregge, «sei bruno, perché tu sei nato di notte». Infine, è in campo gastronomico che l’integrazione miete successi.
«Quando vado in India», racconta una madre immigrata, «porto una valigia piena di roba italiana, perché se no questi bambini non mangiano». Veri italiani
crescono!

Sandra Fiore

Fonte: Susanna Mayer, Tullia Musatti, Istituto di scienza e tecnologie della cognizione del Cnr, Roma

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