Made in Italy: Interamente o prevalentemente?

Made in Italy: Interamente o prevalentemente?

I nostri lettori ci perdoneranno se oggi non parliamo di prodotti alimentari.

D’altra parte, l’argomento “Made in Italy” sta suscitando un interesse tale che non abbiamo saputo resistere.

Ci riferiamo al DDL intitolato Disposizioni concernenti la commercializzazione di prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri (testo integrale nelle Note finali), la cui approvazione alla Camera ha suscitato i soliti toni trionfalistici.

Non sappiamo dire se questa legge “ci darà più forza in sede europea per convincere i Paesi partner a varare il nuovo regolamento sull’etichettatura obbligatoria e, quindi, a tutela del made in Italy“, come afferma Adolfo Urso (che, peraltro, non compare nell’elenco dei quasi 130 firmatari del DDL); noi, più modestamente, ci occuperemo di avverbi.

All’articolo 1 (Etichettatura dei prodotti e «Made in Italy») si legge:

L’impiego dell’indicazione «Made in Italy» e` permesso esclusivamente per prodotti finiti per i quali le fasi di lavorazione,come definite ai commi 5, 6 e 7, hanno avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale e in particolare se almeno due delle fasi di lavorazione sono state eseguite nel territorio medesimo“.

Di seguito vengono elencate, per ogni settore, le rispettive fasi di lavorazione:

  • settore tessile: filatura, tessitura, nobilitazione e confezione;

  • settore della pelletteria: concia, taglio, preparazione, assemblaggio e rifinizione;

  • settore calzaturiero: concia, lavorazione della tomaia, assemblaggio e rifinizione.

Viene inoltre precisato che le materie prime (fibre naturali, artificiali o sintetiche e pellame grezzo) possono essere anche d’importazione, senza che ciò influisca sulla possibilità di vantare il “Made in Italy”.

Innanzitutto, ci pare che l’avverbio sia quantomeno inadatto.

“Prevalentemente”, secondo lo Zingarelli, è sinonimo di “preponderanza, valore maggiore, superiore fra altri, …”. Non comprendiamo, perciò, come sia possibile ritenere Made in Italy un prodotto che può esserlo già solo al 50 % (due fasi su quattro per i tessili e le calzature) o al 40 % (due fasi su cinque per la pelletteria).

Ma veniamo al dunque: se capiamo bene, un paio di scarpe assemblate e rifinite, mettiamo, in Cina con pellame indiano, saranno altrettanto Made in Italy di quelle fabbricate interamente in Italia con pellame italiano.

In realtà non è proprio così, ed ecco che il genio italico salta fuori.

Ricordate la famosa Circolare esplicativa di cui ci siamo occupati recentemente?

Ai prodotti per i quali “il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano” sono riservate l’indicazione “realizzato interamente in Italia”, oppure “100 % made in Italy”, “100 % Italia”, “tutto italiano” e similari, come prescritto dall’art. 16 del decreto legge n. 135/2009, ai commi da 1 a 4.

Ciò vuol dire che le scarpe italo-indo-cinesi potranno anche essere Made in Italy, ma non “interamente” Made in Italy.

Fatte in Italia o Fatte interamente in Italia: saranno in grado, i consumatori, di cogliere ed apprezzare la differenza? Non sapremmo dire.

D’altro canto “C’è del metodo in questa follia” diceva Amleto: può darsi, perciò, che tutto rientri in una sottilissima strategia, che rischiavamo di non comprendere sino a quando, fortunatamente, ci è capitato di leggere un articolo di Primo Mastrantoni, segretario di ADUC (www.aduc.it):

Approvata ieri 10 dicembre alla Camera dei Deputati la proposta di legge sul marchio “Made in Italy” per i prodotti tessili, pelletteria e abbigliamento. La solita furbata all’italiana.

Chi legge “Made in Italy” dovrebbe ritenere che il prodotto sia interamente, e non prevalentemente, fabbricato in Italia. Con questa furberia, inoltre, potremmo continuare a delocalizzare le lavorazioni più nocive, per l’uomo e l’ambiente [e/o sfruttare il minor costo della mano d’opera, aggiungiamo noi], all’estero e riservarci quelle meno dannose nel nostro Paese, marchiando, però, il prodotto con il “Made in Italy”.

A quanto pare, Amleto ci ha visto giusto ancora una volta.

 

Disposizioni concernenti la commercializzazione di prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri

 

Tutela del Made in Italy: ecco la circolare che “allarga le maglie”!

 

Il Made in Italy è legge!

 

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Dott. Alfredo Clerici
Tecnologo Alimentare

Newsfood.com

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