Lingua veneta, tenerla viva è nostro dovere

Lingua veneta, tenerla viva è nostro dovere

By Redazione

Se il Ministro fosse disponibile a fare due passi con me, per le strade della mia Regione, le farei incontrare capitani d’industria abituati a trattare affari nelle parti più lontane del
mondo, pensando in veneto e parlando tedesco, cinese o inglese. Potremmo anche trovare interi Consigli di amministrazione che si svolgono in dialetto e incontrare gli extracomunitari, la
stragrande maggioranza di quelli che lavorano e si sono integrati in questo territorio, capaci di passare dalle loro lingue al dialetto: un segno tangibile di coesione sociale e culturale, come
può esserlo solo il parlare la stessa lingua.

Non voglio insegnare al Ministro della Pubblica Istruzione ciò che ovviamente sa, ma credo fosse l’imperatore Adriano, uno dei più grandi, ad affermare che aveva sempre governato in
latino ma pensando in greco, in quella che considerava la sua lingua madre. La maternità della lingua veneta, lingua che si è fatta letteratura e poesia, anche se in questi
centocinquanta anni di unità è stata spesso censurata in nome di un’idea falsa dello sviluppo della lingua e della letteratura nazionali, è testimoniata ovunque e da
chiunque: non è la lingua di un ceto «basso», del «popolino», da contrapporre all’italiano aulico dei ricchi.

Tutti, in questa Regione e anche altrove, dove decenni fa ci ha portati la nostra storia, da Arborea alla provincia di Latina, tutti noi pensiamo e parliamo nello stesso modo: perché non
insegnare anche a scuola questa lingua che unisce?

Sette veneti su dieci si riconoscono in quello che sto dicendo: perché non dare loro gli strumenti culturali più avanzati e moderni per studiare la loro storia, perché non
dare un supporto scolastico al patrimonio umano di questo popolo?

Su questi temi si gioca l’identità di questo territorio. Noi difendiamo e difenderemo la nostra radice profonda, nazionale-veneta e cristiana, che ci fa essere e lavorare e immaginare il
futuro in un modo piuttosto che in un altro. Credo che questa sia una battaglia in cui ci troviamo al fianco della Chiesa cattolica, che di questo patrimonio storico e culturale è la prima
custode, con le centinaia di sacerdoti che da sempre vivono in mezzo alle loro comunità, interpretandone i pensieri, parlando nella loro stessa lingua e vivendo gli stessi comuni valori,
quelli cristiani e universali.

Tenere vivi i nostri valori religiosi, identitari e culturali è un nostro dovere, come lo è mantenere fertile la terra che nutre le nostre famiglie. Compassione e solidarietà
sono principi che si imparano lavorando nei campi. Come i veneti hanno sempre fatto, cementando la loro comunità attorno a questi principi, tanto più importanti oggi, che siamo
chiamati a riscrivere il nostro futuro su basi nuove.

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