LE MACCALUBE DI ARAGONA “L’Occhiu di Maccalubi”
3 Giugno 2009
Le maccalube di Aragona sono delle suggestive e caratteristiche sorgenti idroargillose che da molti secoli suscitano la curiosità e alimentano la fantasia popolare, facendo nascere
intorno a sé alcune credenze e leggende.
La spettacolarità delle loro manifestazioni, infatti, ha contribuito ad attribuirvi un valore magico-soprannaturale. Si trovano a circa quattro chilometri da centro urbano di Aragona, in
un piccolo altipiano, formatosi sicuramente nel corso degli anni per la continua fuoriuscita d’argilla dal sottosuolo.
L’altopiano domina ad ovest il “vallone di maccalube” in cui i rigagnoli che affiorano dalla sua superficie si riservano e determinano la formazione di molti calanchi, con la loro azione
erosiva, nel terreno argilloso. I monti Businè di Raffadali e di San Marco a Nord-Ovest, la collina di Belvedere a Nord, sulle cui pendici orientali sorge Aragona, e il monte San
Vincenzo a oriente, dove la presenza di una necropoli testimonia l’esistenza di un antichissimo insediamento sicano, fanno da cornice alle maccalube. Una strada di campagna, resa rotabile da
qualche anno, che si diparte dal centro urbano di Aragona, costeggiando il cimitero e il campo sportivo, conduce alla collinetta delle maccalube.
L’altopiano, che prende il nome dai fenomeni eruttivi delle maccalube, appare come una landa brulla, circolare, estesa per circa un ettaro, ricoperta da una coltre di marne cineree e crepe
più o meno profonde.
Nel suolo qua e là, senza un ordine preciso, fuoriescono diversi rivoli di fanghiglia argillosa che, a poco a poco, si depositano intorno formando piccoli coni di fango che si
ingrandiscono lentamente fino a quando la forza eruttiva non riesce più a mandar fuori il materiale liquido dal sottosuolo e allora il processo eruttivo ricomincia in un altro punto per
poi estinguersi quando arriva al suo culmine. La fanghiglia che esce dalla sua bocca dei coni e si riversa sulle falde somiglia alla lava di un vulcano, ma la sua fuoriuscita avviene dolcemente
e debolmente. I coni si formano e svaniscono in continuazione. Durante la manifestazioni eruttive, masse di terra vengono scagliate violentemente a trenta, quaranta metri di altezza e una
grande quantità di argilla fuoriesce dalle maccalube come se si trattasse del cratere di un vulcano. La periodicità di questi fenomeni non è costante. Nel complesso il
paesaggio, mutevole tetro e misterioso, conserva un forte fascino. Le maccalube di Aragona sono in attività da quasi duemila e cinquecento anni, come si attestano alcune testimonianze,
ma non è esclusa la loro presenza anche in epoche più remote.
Molti scrittori greci, latini e arabi, ne hanno parlato illustrando le proprietà del liquido fangoso e descrivendo il luogo senza indicarlo con un nome preciso. “Lacus Agrigentinus”
(lago agrigentino) o “ager agrigentinus” (campo agrigentino) sono gli appellativi con cui si fa riferimento alla località. Sicuramente la denominazione “lacus” e il campo vengono
indicati con il toponimo “Machaluba” derivante dall’arabo “maqlùb” che significa rivoltato, ribaltamento o capovolgimento del terreno. Attualmente il nome Maccalube non è soltanto
il toponimo con cui si indica la località, ma anche il nome delle manifestazioni eruttive di Aragona e non solo di esse, ma anche di tutte quelle, sparse nei vari continenti, che hanno
le stesse proprietà e caratteristiche. Maccaluba o anche Macaluba e macalupe, sta infatti a significare una “sorgente idrofangosa caratterizzata dall’emissione di metano e, in minore
quantità, di anidride carbonica”.
Nei giorni nostri, la collina viene detta anche “occhiu di maccalubi” appellativo che deriva dalla sua forma circolare e dal colore biancastro che ha per gran parte dell’anno, dovuto all’enorme
quantità di polvere di cristalli di calcite che affiora assieme alla fanghiglia argillosa e si deposita sulla superficie. Le maccalube vengono anche impropriamente dette “vulcanelli” per
i coni d’argilla che si formano sulla sua superficie. Il fenomeno delle maccalube di Aragona è riconducibile alla presenza nel sottosuolo di un vastissimo bacino argilloso e di sostanze
organiche, localizzabili a Km 12 di profondità, dalle cui trasformazioni i gas che emergono in superficie, trascinando con sé la fanghiglia argillosa che, depositandosi
lentamente, forma i coni di fango. La causa principale delle manifestazioni eruttive è quindi il processo chimico che con la sua azione genera masse di gas in profondità: una
parte di essi riesce a incunearsi in piccolissimi interstizi dell’argilla e ad uscire in superficie trascinando con sé la fanghiglia argillosa, un’altra parte rimane bloccata e si
accumula lentamente fino a raggiungere una cospicua consistenza. Allorché la massa di gas accumulato diventa eccessiva e la sua forza dirompente molto elevata, avvengono le eruzioni,
sollevando in alto l’argilla con enorme fragore. La presenza di acque nel sottosuolo con molta probabilità deve essere elevata, forse derivante da sorgenti sotterranee; le acque
partecipano al processo chimico e ai fenomeni eruttivi gonfiando e rendendo plastica l’argilla che in tal modo forma come un tappo che impedisce l’uscita dei gas. Questi ultimi, quindi, si
accumulano finché la loro pressione non provoca le esplosioni e le eruzioni. La popolazione di Aragona, nutre un timore inconscio per le maccalube, però, nello stesso tempo, si
sente protetta dalla loro presenza e crede che preservino tutto il territorio da qualsiasi manifestazione sismica fungendo da “valvola di sfogo”.
Il rapporto affettivo della popolazione con le maccalube è molto simile al rapporto esistente tra un essere soprannaturale e gli uomini. Da un canto questi ultimi hanno paura della
divinità e vi si sottomettono, dall’altro canto però sottomettendosi e obbedendo alla sua volontà, si sentono sicuri perché credono di essersi accattivati la sua
benevolenza e la sua protezione. È ancora viva, nella popolazione aragonese la credenza che nel luogo ove si trovano le maccalube un tempo lontanissimo vi era una città di nome
Cartagine, seppellita in seguito ad un capovolgimento della terra. La città sommersa di cui si parla nella leggenda è forse quella stessa a cui alludeva Vitrusio, vissuto
nell’età di Augusto, allorché parlava di una “fons Carthaginis”. La credenza è sicuramente nata dalla presenza nella zona di qualche insediamento urbano scomparso in
seguito ad una eruzione della collinetta delle maccalube. Cartagine, la città sommersa, era un centro opulento e operoso dove la vita scorreva tranquilla e serena finché un
giorno, durante una festa religiosa, scoppiò una violenta lite tra due opposte fazioni della popolazione e si offese una divinità, che adirata fece sprofondare nelle viscere della
terra tutto il paese. Ogni sette anni, sempre secondo la leggenda, a mezzanotte in punto, al centro della collinetta compare un gallo che si mette a cantare e improvvisamente riaffiora la
piazza con il mercato proprio come era quando sprofondò nelle viscere della terra. Chi si trova nelle vicinanze e senza timore riesce ad avventurarsi nel mercato, vedrà tramutato
i oro tutto quello che comprerà e potrà arricchirsi in un batter d’occhio. Non deve, però, farsi prendere dalla paura e nell’attraversare la piazza non deve mai voltarsi
indietro altrimenti tutto scomparirà improvvisamente come è apparso. Secondo un’altra credenza ancora molto diffusa tra la popolazione locale, ogni anno, tra luglio e agosto
all’improvviso, dalle maccalube affiora una canna accompagnata da una fiamma e tutta la terra attorno si capovolge, inghiottendo i coni di fango, i rigoli gli specchi d’acqua.
Tratto dal vol. “Le Maccalube di Aragona” di F. Graceffa
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Giuseppe Danielli Redazione Newsfood.com




