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Lazio: acqua a rischio arsenico?

By Redazione

Roma – Circa 120 punti d’acqua fra sorgenti e pozzi – in gran parte destinati al consumo umano – sono stati campionati e sottoposti ad analisi chimiche presso i laboratori dell’Istituto
di ricerca sulle acque (Irsa) del Consiglio nazionale delle ricerche, l’indagine, condotta nell’ambito di una convenzione con l’Apat, ha riguardato la qualità delle risorse idriche
sotterranee di un’ampia area del Lazio, compresa tra la città di Roma, il confine con la Toscana a nord, il corso del fiume Tevere ad est, ed il Mar Tirreno, in considerazione della
grande rilevanza per l’approvvigionamento idropotabile delle comunità che lì vivono.

“Gli studi hanno messo in evidenza la problematicità della potabilità di queste risorse idriche sotterranee, quasi sempre a causa della presenza di sostanze chimiche di origine
naturale, legate alla specifica natura delle rocce serbatoio delle acque sotterranee, presenti in concentrazioni superiori ai limiti previsti dalla normativa” spiegano Giuseppe Giuliano ed
Elisabetta Preziosi dell’Irsa-Cnr, autori dello studio. “Su tale criticità incidono anche differenti usi conflittuali con quello potabile, in particolare quelli irriguo e industriale, e
le pesanti pressioni antropiche legate all’uso agricolo di questi territori”.
I risultati mostrano che i contaminanti di maggiore rilevanza per la potabilità delle acque sono l’arsenico e il fluoro.

“La concentrazione limite di arsenico tollerata nelle acque per l’uso umano è stata ridotta da 50 a 10 ug/l da un decreto legislativo, n. 31 del 2001, in applicazione di una Direttiva
europea”, sottolineano i ricercatori dell’Irsa-Cnr. I valori rilevati nel corso della ricerca per le acque sotterranee dell’area si attestano in media attorno ai 15 ug/l con massimo di circa
130 ug/l; ben il 50% dei valori è risultato superiore al limite di 10 ug/l, anche se solo il 3% supera i 50 ug/l.

“La presenza dell’arsenico di origine naturale che si origina nelle acque sotterranee dalla interazione acqua-roccia serbatoio, è diffusa in molte regioni italiane”, commenta Preziosi.
“Acque ‘contaminate’ sono circolanti nelle rocce di origine vulcanica del margine tirrenico, come l’Amiata, gli apparati vulsini-vicani-sabatini e i Colli Albani nel Lazio, i Campi Flegrei e il
Vesuvio, l’apparato etneo e le isole Eolie in Sicilia. Invece in Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, l’arsenico è stato rilevato in alcune acque estratte dall’acquifero alluvionale della
pianura padana: in questo caso la presenza, a partire da sedimenti alluvionali, è provocata o accelerata dall’eccessivo pompaggio che modifica gli equilibri idrogeochimici
profondi”.
Per quanto riguarda i fluoruri, il valore limite per l’uso umano, pari a 1,5 mg/l, è superato nel 28% dei campioni, mentre la concentrazione media è di 1,2 mg/l, ma con massimi
fino a 6 mg/l.
Sono evidenziati anche nitrati, legati a poli di attività agricole e/o civili, e cloruri, rilevati lungo la fascia costiera dovuti all’intrusione marina. Per i nitrati la concentrazione
massima tollerata per l’uso umano (50 mg/l) è superata nel 13% dei punti presi in esame, localizzati quasi esclusivamente nella zona costiera, ma non sono segnalate specifiche situazioni
di contaminazione delle fonti per uso potabile pubblico.
“La problematica della contaminazione da arsenico è nota da tempo agli operatori del settore”, conclude Giuliano, “ma di recente, anche in relazione all’introduzione di norme più
restrittive, è emersa in maniera inequivocabile, richiedendo interventi più attenti e sistematici. L’attenzione dei gestori del servizio idrico si è concentrata sulla
sperimentazione di nuove tecnologie di rimozione dell’inquinante e sullo sviluppo di impianti di potabilizzazione che ne ottimizzino l’abbattimento. Intanto, la Regione Lazio sta emanando
deroghe temporanee ai limiti di potabilità per le captazioni in cui la concentrazione di arsenico eccede i 10 ug/l, ma non supera i 50 ug/l, e per le quali i gestori presentino piani di
rientro nei limiti di legge mediante idonee tecnologie di trattamento delle acque captate e/o individuando nuove risorse idriche sostitutive o integrative. Sono in corso provvedimenti di deroga
anche per il fluoruro, il selenio ed il vanadio laddove sia riconosciuta la loro origine naturale endogena”.
Giuliano sottolinea inoltre come sia oggi fondamentale, anche nel rispetto della Direttiva Quadro europea sulle acque del 2000 e della neonata Direttiva Figlia sulle acque sotterranee, che
venga assicurato il monitoraggio quali-quantitativo delle risorse idriche sotterranee impostato in modo da seguire efficacemente l’evoluzione del loro stato ambientale, tenendo conto sia
dell’assetto idrogeologico sia delle condizioni di pressione e vulnerabilità del territorio.

I risultati dell’indagine sono pubblicate nel Volume LXXIII delle Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia edito recentemente dall’Apat.

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