La vita del contadino di ieri, il lavoro pesante di oggi: lettera a Silvana

La vita del contadino di ieri, il lavoro pesante di oggi: lettera a Silvana

Mi scrive Silvana, una giornalista amica che non vuole essere riconosciuta, una Donna che merita tutta la mia stima.
Fa la professoressa da tanti anni ed attende la sua “finestra” per poter andare finalmente in pensione. Le pesa un po’ dover andare a scuola ad insegnare (almeno ci prova) a dei ragazzi che non
hanno più alcun senso del dovere, dove l’autorità del professore è uguale a zero (già dall’asilo i bambini fanno ciò che vogliono).
Ma le piace tanto viaggiare, conoscere mondi e culture multietniche ed allora fa un secondo lavoro come giornalista free lance. A volte ci sentiamo via email a notte fonda, entrambi entusiasti ed
innamorati del nostro lavoro.

E’ precisa ed attenta, scrive di moda e di turismo in Italiano corretto, studiato e indelebilmente scolpito al liceo classico. Oggi si dice che il Latino e il Greco non servono, e le orecchie
degli asini diventano sempre più lunghe.
E’ vero, per fare carriera è sufficiente fare la velina, chiamarsi Ruby, …o sostare ai bordi delle strade in attesa di clienti. E per fare contenti i genitori, la laurea la si può
sempre acquistare.

Email di Venerdì 22 giugno, ore 03,44
Silvana:-“Eh sì, sempre in vacanza! Ma tu sei in vacanza anche quando sei a casa perché il tuo lavoro non ti pesa!”

Risposta (inviata ore 04,18 …ma non sarebbe stato meglio andare a dormire invece che rispondere con un romanzo? …NO, un’amicizia non ha prezzo e poi, mi andava di scrivere …anzi, l’ho anche
inviato in redazione per la pubblicazione).

Cara Silvana, sì questo è vero. Non posso parlare del mio lavoro come un impegno scomodo o da farsi controvoglia (salvo qualche raro
caso).

Sono come un contadino che ogni giorno ringraziava il Signore della giornata che stava per iniziare; oggi però di questi contadini non ce ne sono
più, gli ultimi esemplari sono custoditi al museo, tra le specie estinte.

Una volta il contadino viveva la campagna ed il lavoro era la sua vita, faceva parte della sua esistenza: zappava, seminava, curava le sue piante e i suoi
animali meglio dei suoi stessi figli. Le sue preoccupazioni più grandi erano la grandine, la siccità, le malattie e i predatori.

L’impresa più importante era portare a compimento il ciclo vitale delle piante (orto, campo, vigna, risaia…) e gli animali erano allevati per il preciso
scopo di dare sostentamento alla famiglia. Gli animali stessi avevano una loro “dignità”. Anche le oche sapevano che il contadino le avrebbe allevate con “meliga”, vedure sminuzzate e
pastone; sapevano che potevano scorazzare per l’aia; per questo non si allontanavano mai, anche senza recinzioni perchè lì erano al sicuro dalle volpi. Sapevano che avevano una ben
precisa missione da compiere: ingrassare in fretta, ma senza essere “pompate” con porcherie che oggi vanno anche tanto di moda tra i frequentatori di palestre “cultori dei muscoli gonfiati”. A
fine anno le oche avevano il loro momento di gloria quando venivano presentate ben dorate sulla tavola in festa.

Caratteristiche e segni inconfondibili del contadino di una volta:
– si alzava immancabilmente all’alba, senza la sveglia elettronica e senza maledire la sorte per la giornata di lavoro “infernale” che stava per
iniziare;

si recava sul luogo di lavoro a piedi o col carretto e non doveva fare code o “bollare la cartolina” in ritardo per lo sciopero dei treni; 
 

aveva il viso e le braccia bruciati dal sole, con classico segno “canottiera” sul petto;
I contadini senza calli alle mani erano in realtà dei proprietari terrieri, la loro terra veniva lavorata dai mezzadri ed il raccolto diviso a
metà.

Era fiero del suo podere e la sua aspirazione era quella di farlo diventare più grande.

Caratteristiche del “contadino moderno (non me ne voglia Sergio Marini di Coldiretti):
si alza al mattino e, mentre si fa la barba nel mega-bagno, ascolta la radio con le ultime notizie di cronaca e di sport, prende il caffè e guarda sul PC
le quotazioni all’ingrosso del grano, della carne… e parte con il suo SUV. Alle 10 arriva in Federazione, fa un giro per gli uffici, saluta i vari funzionari che contano (sono quelli che
conoscono tutto sui trucchi per accedere ai vari finanziamenti (ieri davano 3 Euro per ogni pianta di pesche messa a dimora, oggi 0,90 Euro per ogni barbatella di Negroamaro AbX piantata ma
rigorosamente lontana almeno 27 metri e 85 cm da una vigna di Primitivo…. Qualche tempo fa il nostro contadino moderno era riuscito ad avere finanziamenti consistenti -ovviamente a fondo
perduto- per costruirsi una bella stalla con 500 vacche da latte, era riuscito anche a prendere soldi per comprare le vacche. Dopo qualche tempo ha preso soldi per abbattere le vacche ed anche
per tagliare i peschi che aveva piantato con i soldi europei (i nostri). Mi verrebbe da parlare delle “cattedrali del vino” da decine e decine di milioni di euro…qualcuna è veramente una
“Cattedrale in vigna” ma senza senso della misura dove la parola contadino o agricoltore stona e stride, dove la parola giusta è “finanziere”, con l’unico obiettivo di fare
business.

Il podere è ormai soltanto un’azienda, una partita IVA, che deve servire per accedere ai vari finanziamenti e produrre utili. Il podere oggi è come
l’oca, quando è grassa, o non serve più, le si tira il collo e viene spartita tra chi ha la fortuna di essere seduto a tavola, ha buoni denti e si compiace del buon
pasto.

I veri agricoltori e allevatori rimasti (proprietari dei loro terreni) rimpiangono il tempo della mezzadria, quando i loro nonni dovevano dare al padrone il 50%
di quanto prodotto.

Oggi hanno le incombenze del padrone ma in realtà sono tornati mezzadri ed al loro “padrone”, lo Stato, devono il 60-70% dei loro utili. Se invece
l’impresa agricola ha solo debiti, lo Stato si defila e li lascia tutti, al 100% al “contadino imprenditore”.

Giuseppe Danielli
Newsfood.com

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Commenti ( 2 )
  1. federica
    29 Agosto 2016 at 11:32 am

    Da nipote e bis nipote di contadini, aspirante contadina, mi spiace, ma mi sembra un articolo un po’ superficiale e tendenzioso.

  2. Gabriele Sartori
    13 Luglio 2017 at 1:50 am

    Forse ci si è dimenticati di quanto fosse dura la vita del contadino o meglio la vita nelle famiglie patriarcali, dove la donna era sottomessa e schiavizzata in casa e gli uomini lo erano nel duro lavoro nei campi, tutto il giorno, sabato e domenica per chi aveva delle bestie, niente ferie, niente viaggi, niente divertimento, solo e sempre lavoro. Ci si è dimenticati di quanto fossero dure di conseguenza le persone e i rapporti visto che i figli davano del Voi al padre, ci si è dimenticati che si lavorava come schiavi, non c’era tempo per i giovani di dedicarsi agli studi e spesso fame e miseria erano all’ordine del giorno. I bambini iniziavano a lavorare a 11 anni, strappati all’infanzia e al gioco, roba che oggi chiamiamo sfruttamento minorile. Si, è vero, tolto tutto questo, rimane il quadretto nostalgico e bucolico descritto dalla signora.

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