La tavola nel tempo della crisi: 4 famiglie su 10 tagliano la spesa alimentare

La tavola nel tempo della crisi: 4 famiglie su 10 tagliano la spesa alimentare

Per mangiare si spende più al Centro e al Sud che al Nord. Alle Marche spetta il primato, in termini monetari, nell’acquisto di alimenti e bevande. Ma è in Campania che si destina
più di un quarto (26,6 per cento) della spesa totale per imbandire le tavole.

La Cia presenta alla terza Conferenza economica di Lecce un’indagine sulle mutate abitudini alimentari degli italiani. Pensionati ed operai destinano al cibo quote di spesa più elevate di
quelle dei professionisti: 21 per cento contro 15,2 per cento. Le giovani coppie risparmiano sugli alimenti e preferiscono “investire” per la casa.

Gli italiani e la crisi. Anche la tavola subisce gli effetti. E così quattro famiglie su dieci hanno tagliato drasticamente la spesa alimentare. Il 60 per cento ha addirittura cambiato
menù, mentre il 35 per cento è stato costretto ad optare per prodotti di qualità inferiore. Crescono i consumatori (11 per cento) che si rivolgono agli hard-discount, dove si
acquista a prezzi più bassi. Per mangiare, comunque, si continua a spendere di più al Centro e al Sud che al Nord. Sono questi i risultati più significativi di un’indagine
della Cia-Confederazione italiana agricoltori elaborata sulla base di rilevazioni territoriali delle sue strutture e dei dati Istat e Ismea. Occasione per la presentazione della ricerca, che si
riferisce al 2008, è stata la terza Conferenza economica in svolgimento a Lecce.

Nello scorso anno – sottolinea la Cia – la spesa alimentare delle famiglie italiane è stata pari a 475 euro, 9 in più nei confronti dei 466 registrati durante il 2007. Una crescita
dovuta ai rincari (più 5,4 per cento) che hanno contraddistinto i generi alimentari al dettaglio. Una crescita che ha così determinato un “taglio” della spesa da parte del 40 per
cento delle famiglie, mentre il 35 per cento è stata costretta a scegliere prodotti di qualità inferiore. Scelta, quest’ultima, che sale al 44 per cento per il pane, al 49 per cento
per la pasta, al 52 per cento per la frutta e gli ortaggi, al 56 per cento per la carne e al 59 per cento per il pesce.

Nel contesto dei “tagli” alimentari, si riscontra che il 40 per cento delle famiglie italiane ha ridotto gli acquisti di carne, in particolare quella bovina, il 38 per cento quelli di pane, il 36
per cento quelli di olio d’oliva e il 35 per cento quelli di vino.

I rincari dei prezzi, sommati alle preoccupazioni per le prospettive economiche future, hanno spinto il 60 per cento delle famiglie a cambiare menù a tavola. Si sono scelti prodotti
più convenienti. A farne le maggiori spese è stata la carne, i cui consumi si sono ridotti del 3,2 per cento. In calo anche gli acquisti di olio d’oliva, di vino, di pane e di
pesce.

Nella ripartizione geografica, si nota che al Nord il 34 per cento delle famiglie ha limitato gli acquisti (il 40 per cento ha ridotto le “voci” pane e pesce). Al Centro la percentuale di chi ha
dato un colpo di forbice ai consumi sale al 38 per cento (il 32 per cento ha ridotto il pane, il 44 per cento il pesce, il 41 per cento la carne bovina); mentre nelle regioni meridionali si
arriva al 47 per cento (il 37 per cento ha ridotto il pane e il 54 per cento la carne bovina).

Sempre per quanto concerne le aree geografiche, al Centro e al Sud, rispettivamente con 492 e 482 euro mensili, si spende di più per allestire le tavole rispetto al Nord dove si registrano
464 euro. Nelle regioni del Mezzogiorno alla spesa alimentare è destinata più di un quinto di quella totale. Percentuale, invece, inferiore sia in quelle centrali che in quelle
settentrionali.

Più nel dettaglio, si riscontra che alle Marche spetta il primato nell’acquisto di alimenti e bevande con 516 euro mensili a famiglia. Seguono la Puglia (515 euro), la Campania (514 euro),
l’Umbria (511 euro) e il Lazio (500 euro). Questa particolare classifica è chiusa dal Trentino Alto Adige (402 euro), preceduta dall’Emilia Romagna (428 euro) e dal Friuli Venezia Giulia
(429 euro).

In tutte le regioni del Mezzogiorno la spesa alimentare assorbe oltre un quinto della spesa totale, in Campania, invece, è di oltre un quarto (26,6 per cento). Nel resto del Paese soltanto
in Liguria e nelle Marche, data anche la consistente presenza di anziani nella prima regione e di famiglie numerose nella seconda, si supera il 20 per cento.

Nello scorso anno la spesa alimentare ha rappresentato. in media, il 19,1 per cento di quella totale contro il 18,8 per cento del 2007. Una percentuale così ripartita: 3,3 per cento pane e
cereali, 4,3 per cento carne, 1,6 per cento pesce, 2,6 per cento latte, formaggi e uova, 0,7 per cento oli e grassi, 3,5 per cento frutta, ortaggi e patate, 1,4 per cento zucchero, caffé e
altri, 1,7 per cento bevande.

La percentuale della spesa destinata all’alimentazione varia, tuttavia, tra le classi sociali e per condizione di lavoro. Gli imprenditori e i liberi professionisti -come si rileva anche
dall’ultima indagine Istat- spendono per imbandire le loro tavole il 15,2 per cento della spesa totale, i lavoratori autonomi il 19,0 per cento, i dirigenti e gli impiegati il 16,0 per cento, gli
operai il 20,5 per cento; mentre per i pensionati la percentuale è del 21 per cento.

Da rilevare, inoltre, che le giovani coppie (età inferiore ai 35 anni) spendono di meno per i generi alimentari (al di sotto del 16 per cento rispetto alla spesa totale), mentre orientano
sempre di più i loro acquisti per la casa e per le comunicazioni.

Gli aumenti dei prezzi hanno fatto crescere la percentuale di famiglie che ha acquistato prodotti agroalimentari presso gli hard-discount (11 per cento rispetto al 9,7 per cento del 2007).
Tuttavia, i supermercati restano i punti vendita dove si ha la maggiore concentrazione degli acquisti da parte degli italiani con il 68,2 per cento (specialmente nel Centro-Nord con il 75 per
cento). A seguire il negozio tradizionale (64,9 per cento), in particolare nel Sud (77 per cento). Il 17,2 per cento delle famiglie acquista presso gli ipermercati, con punte del 22 per cento nel
Nord. Per la spesa nei mercati rionali ha optato il 22 per cento delle famiglie residenti nel Centro-Nord e il 33,1 per cento quelle delle regioni meridionali.

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