La seconda generazione del bioetanolo in Italia

La seconda generazione del bioetanolo in Italia

Dal maggio 2010 anche l’Italia produrrà bioetanolo di seconda generazione, realizzato cioè con una tecnologia che consente di non sottrarre colture all’approvvigionamento
alimentare ricorrendo alla biomassa lignocellulosica, ossia a scarti forestali e residui agricoli.

Lo stabilimento sarà realizzato a Tortona (Alessandria) dal gruppo M & G Mossi e Ghisolfi, titolare del progetto denominato Pro.E.Sa, selezionato come il più grande progetto
di ricerca italiano sul tema del bioetanolo da biomasse lignocellulosiche nell’ambito del 7° Programma quadro della Comunità europea e di Industria 2015.

Dopo quattro anni di sperimentazione, con l’avvio della produzione il progetto potrà dirsi felicemente concluso, così come annunciato alla prima Conferenza Europea sul bioetanolo
svoltasi a Bruxelles.

Quattro anni durante i quali è nato un grande centro di ricerca, di 3mila metri quadrati, con dei laboratori per test, processi di fermentazione e idrolisi, diversi tipi di reattori in
grado di trattare fino a 160 chili di biomassa l’ora. I ricercatori hanno lavorato su diverse materie prime coltivate su un terreno campione di 100 ettari.

Il futuro impianto produrrà circa 2,7 milioni di litri l’anno di biocarburante che si aggiungeranno a quella di altri due impianti pilota in Europa: uno in Spagna, a Salamanca, con una
capacità di 5 milioni di litri, e uno, che entrerà in funzione a novembre, in Norvegia, in grado di produrne 5,4 milioni.

Oggi il bioetanolo, carburante simile alla benzina, è prodotto per lo più da canna da zucchero o mais, con una riduzione delle emissioni della CO2 non ritenuta molto soddisfacente
da buona parte della comunità scientifica. La tecnologia di seconda generazione consentirebbe, secondo gli studiosi, riduzioni fino a oltre l’80 per cento con un prezzo competitivo anche
con il prezzo del barile di petrolio a 40 dollari.

Numerosi enti di ricerca, infatti, compreso l’Argonne National Lab, che fa parte del Department of Energy statunitense, confermano che l’etanolo prodotto dalla valorizzazione della lignina in
tutte le matrici cellulosiche costituirebbe la soluzione in grado di garantire una riduzione di gas serra di oltre l’80% rispetto all’utilizzo di benzina, con un impatto migliorativo rispetto al
mais e alla canna da zucchero. Come altro fattore positivo, le prospettive di sviluppo non sarebbero in competizione con la catena alimentare (così come avviene per il bioetanolo di prima
generazione), pur essendo remunerative per il mondo agricolo, con un impatto ridotto anche in termini di consumo di risorse idriche e fertilizzant

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