La psicosi della mucca pazza è già costata 2 miliardi

Ci sono tutte le garanzie di sicurezza per evitare un effetto psicosi sui consumi che è già costato nel passato due miliardi di Euro, è quanto afferma la Coldiretti in
riferimento alle due vittime spagnole del morbo di Creutzfeld-Jacob, ritenuta la variante umana della cosiddetta mucca pazza che è probabile siano state contaminate otto anni fa.

Da allora sono stati introdotte stringenti misure sul fronte della qualità, della tracciabilità e della genuinità e della sicurezza dei prodotti come il divieto dell’uso
delle farine animali nell’alimentazione del bestiame e l’eliminazione degli organi a rischio BSE dalla catena alimentare. Ma anche e soprattutto l’introduzione a partire dal 1° gennaio 2002
di un sistema obbligatorio di etichettatura che consente di conoscere l’origine della carne acquistata con riferimento agli Stati di nascita, di ingrasso, di macellazione e di sezionamento,
nonché un codice di identificazione che rappresenta una vera e propria carta d’identità del bestiame. Oggi esiste dunque una sicurezza totale per i consumatori in quanto tutti i
bovini sopra i 24 mesi sono controllati.

Questi interventi hanno consentito una drastica riduzione del fenomeno Bse negli animali allevati: dai cinquanta casi individuati nel 2001 ai due casi dei primi nove mesi del 2007 su circa
450.000 test effettuati sugli animali. Con la drastica riduzione dei casi di Bse in Italia ed in Europa è anche finita un’epoca di «proibizionismo alimentare» iniziata nel
Consiglio dei ministri agricoli della UE il 29 gennaio 2001, quando per fronteggiare l’emergenza mucca pazza (Bse) era stata assunta la decisione di eliminare la colonna vertebrale dai bovini
di età superiore a dodici mesi, condannando dal 31 marzo 2001 la fiorentina.

A seguito dell’emergenza mucca pazza – afferma la Coldiretti – gli allevatori nazionali hanno aumentato nelle stalle gli esemplari di razze autoctone e oggi l’Italia può contare su circa
120.000 animali riconducibili alle cinque storiche razze italiane con un aumento di oltre il 20 per cento rispetto a prima della crisi mucca pazza scoppiata nel 2001. Ad essere «salvato
dall’estinzione» – continua la Coldiretti – è stato l’intero patrimonio di razze bovine Made in Italy come la maestosa chianina (30.000 animali), la romagnola (15.000 animali), la
marchigiana (48.000), la podolica (20.000) e la maremmana (5.000).

Gli acquisti domestici di carne bovina delle famiglie italiane – conclude la Coldiretti – sono pari a circa 400mila tonnellate (24 chili pro capite) per un importo di 3,5 miliardi di Euro.

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