Intolleranza al lattosio: no alle autodiagnosi

Intolleranza al lattosio: no alle autodiagnosi

Le autodiagnosi sono pericolose e questo vale anche per il fenomeno delle intolleranze alimentari.

Questo il messaggio lanciato da un meeting organizzato dall’Istituto Nazionale della Salute USA.

Tra gli altri, gli studiosi hanno affrontato il tema dell’intolleranza (reale o presunta) al lattosio, fenomeno in netta crescita.

Come spiega il dottor Frederick Suchy della Sinai School of Medicine di New York, l’intolleranza al lattosio è una sorta di “elefante invisibile”: interessa un buon numero di soggetti,
ma non esistono studi medici precisi che quantificano il tutto.

Di base, gli individui a rischio tendono ad evitare i prodotti lattiero-caseari, privandosi così di nutrienti utili come il calcio e la vitamina D. Inoltre, tale eliminazione avviene
senza criteri scientifici: molti non sanno come anche per gli intolleranti può non essere necessario una rinuncia totale.

Il dottor Suchy descrive infatti una ricerca dove i pazienti, con diagnosi di malassorbimento del lattosio, hanno assunto almeno 12 g di lattosio (che equivale a un bicchiere di latte o un
vasetto di yogurt) senza ripercussioni o sintomi.

Ad aggiungere incertezza, numerose aziende hanno messo sul mercato prodotti pensati per individuare l’intolleranza. Il problema, sottolinea Suchy, è che molti di questi prodotti non
danno nessuna garanzia di funzionamento.

In più, ricordano i medici, esiste una netta di differenza tra un’intolleranza e un malassorbimento di lattosio. E’ importante capire allora con precisione il possibile problema per
regolare l’abbandono dei cibi a base di latte.

In conclusione, la conferenza dell’Istituto ha sottolineato la necessità d’indagini mediche per stabilire l’impatto sulla salute generale e delle ossa con un ridotto apporto di vitamina
D e Calcio.

Matteo Clerici

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