«Il silenzio dell'immagine di Gianfranco Terroni»
5 Marzo 2008
Bergamo – Un artista che ha saputo, attraverso il silenzio delle immagini e delle parole, trasmettere ed esprimere i più importanti temi dalla contemporaneità: il
vuoto, l’abbandono, la malinconia, la memoria come tempo sospeso e il tempo, Stefano Crespi, scrittore e studioso, ha presentato così l’artista Gianfranco Ferroni, in occasione della
presentazione del libro a lui dedicato, «Il silenzio dell’immagine di Gianfranco Ferroni» – editore Le Lettere di Firenze, Collana Atelier – che si è tenuta questa sera nello
Spazio Viterbi del Palazzo Provinciale, in collaborazione con l’Associazione Amici dell’Accademia Carrara di Bergamo.
All’evento sono intervenuti: Valerio Bettoni, presidente della Provincia; Tecla Rondi, assessore a Cultura, Sport e Turismo; Stefano Crespi, direttore della collana Atelier – nella quale esce
il nuovo libro su Ferroni – Casimiro Porro e Mariagrazia Recanati, curatrice della monografia dell’artista.
Nell’occasione la Galleria Ceribelli ha donato alle biblioteche della provincia i volumi «La notte che si sposta. Gianfranco Ferroni» di Elisabetta Sgarbi e «Il teatro di
pietra. Carlo Leidi e i calvaires bretoni».
Il presidente Valerio Bettoni, ringraziando i presenti, gli Amici dell’Accademia Carrara e Arialdo Ceribelli, studioso della ricerca estetica di Gianfranco Ferroni, ha ricordato uno dei suoi
quadri più famosi, acquistato dalla Provincia di Bergamo nel 2002: «Le donne di Marcinelle», un dipinto del 1956- 1957, realizzato dopo i fatti di Ungheria e la tragedia
della miniera di Marcinelle.
L’assessore Tecla Rondi, ha sottolineato il senso di profondità, emozione e solitudine che hanno caratterizzato la vita dell’artista livornese.
L’autore della pubblicazione, Stefano Crespi, ha ripercorso l’essenza e la ricchezza della poetica nell’opera di Gianfranco Ferroni, il suo silenzio capace di trasmettere emozioni e sentimenti.
«Ciò che caratterizza Ferroni è il silenzio della parola, un ritrarsi e restringersi sacrificale in una percezione rispetto ai linguaggi e in grado di parlare utilizzando
parole uniche e non empiriche – spiega Crespi -. La sua poetica porta con sé un orizzonte filosofico importante perché in lui si trovano tutti i temi più importanti della
modernità. Ecco perché le parole toccanti che ritornano in Ferroni, nella misura del silenzio, sono di attesa e rivelazione ed ecco perché nella sua pittura sono presenti
22 autoritratti inteso come disguido destinale, senza simbolo, senza metafora, senza cielo».
Attraverso le parole di Mariagrazia Recanati, curatrice della monografia di Gianfranco Ferroni e amica dell’artista, è arrivato il ricordo più toccante sulla vita del pittore
toscano. «È la prima volta che parlo in pubblico di Ferroni dopo la sua morte nel 2001 – racconta Mariagrazia Recanati -. Il rapporto di Ferroni con la parola passava attraverso le
immagini. Non ha lasciato nulla di scritto se non alcune poesie giovanili e una lettera a Maurizio Fagiolo dell’Arco, critico d’arte e proprio per questo il libro che Crespi ha scritto è
importante. Ferroni parlava davanti alle opere e parlava come un vero e proprio libro parlato, da vero toscano».
Gianfranco Ferroni nacque a Livorno nel 1927. Per l’attività del padre ingegnere fu costretto a vari trasferimenti. Sul finire degli anni Quaranta cominciò a frequentare
l’ambiente artistico di Milano dove sceglierà di vivere. Trascorse l’ultima stagione a Bergamo dove morì nel 2001. C’è nella formazione di Ferroni una certa solitudine che
diventerà una Stimmung espressiva della sua pittura, del suo percorso. Nel 2007 gli sono state dedicata due esposizioni: al Palazzo della Regione di Bergamo e a Palazzo Reale di Milano.





