Il Pacchetto sicurezza non convince la CGIL

By Redazione

Il Consiglio dei Ministri ha varato la proposta di legge che introduce il reato di clandestinità, il che vuol dire perseguire una persona perché sfugge alla fame e alle guerre,
perseguirla perché cerca un luogo per costruirsi una vita. Senza contare il fatto che affrontare la questione della clandestinità sul piano amministrativo o affrontarla penalmente
significa aggravio di tempi, costi e patrie galere, se proprio non si volesse tenere in alcun conto la vita di un essere umano.

Una violazione dei diritti umani e delle norme internazionali, l’Italia ripiomba di colpo negli anni più cupi della sua storia: una deriva fascista e razzista che non avremmo mai
più voluto rivivere.
L’approvazione del pacchetto sicurezza da parte del Consiglio dei ministri «non ci convince perché rischia di produrre più problemi di quanti possa risolverne». Lo
afferma la segretaria confederale della Cgil, Morena Piccinini, per la quale «l’immigrazione irregolare non può essere considerata di per sé un reato: lo impedisce la nostra
Costituzione e la normativa europea» A parere di Piccinini, «l’unico modo per evitare la clandestinità è definire criteri certi e non punitivi per l’ingresso regolare,
tenendo conto di un mercato del lavoro che continua a chiedere assunzioni di immigrati e che troppo spesso costringe al lavoro nero i lavoratori stranieri».

Per la Cgil, infatti, nell’immediato, diventa sempre più urgente regolarizzare gli oltre 800 mila lavoratori per i quali aziende o famiglie italiane hanno inoltrato la domanda di
assunzione con il decreto-flussi, molti dei quali si troverebbero travolti dalla nuova normativa perché già presenti e al lavoro nel nostro Paese. «Le norme repressive, in
sé discutibili – prosegue la dirigente sindacale – rischiano quindi di colpire proprio gli immigrati onesti che lavorano, più che coloro, italiani o stranieri, che
delinquono». «Particolarmente preoccupante» è poi, per Piccinini, l’intenzione di rendere più difficile il ricongiungimento con i familiari quando è
risaputo -osserva- che è proprio la famiglia che contribuisce a dare sicurezza, tranquillità, responsabilità e in quanto tale diventa fattore di prevenzione».
«Pensiamo che dietro queste proposte di legge non ci sia tanto un problema di sicurezza – conclude Piccinini – quanto il cercare di rendere più difficile la costituzione delle
famiglie degli immigrati, tentando così di evitare di dover rispondere anche ai problemi sociali che essa pone, dalla casa agli asili». E in quanto tale diventa una norma contro
l’integrazione, perché -spiega- ricongiungimento familiare vuol dire volontà di integrazione, di sentirsi parte della comunità insieme alla propria famiglia».

Salvatore Arnesano

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