Il filosemitismo di Montanelli – Dal dibattito di presentazione delle nuova Rivista Krisis di studi storici e geopolitici

Il filosemitismo di Montanelli – Dal dibattito di presentazione delle nuova Rivista Krisis di studi storici e geopolitici

By Giuseppe

Krisis, una  rivista per capire il mondo: il campo di concentramento di Jasenovac

Convegno a Milano su un crimine di guerra dimenticato per presentare la nuova testata online di studi storici e geopolitici 

 

A cura di ASSOEDILIZIA informa 

Milano, 27 dicembre 2024

Dal dibattito di presentazione delle nuova Rivista Krisis di studi storici e geopolitici- Il filosemitismo di Montanelli

La memoria storica può innescare crisi globali? Il titolo del dibattito del 12 dicembre è la conclusione della discussione partita da un episodio quasi dimenticato, il campo di concentramento di Jasenovac

 

di Saverio Fossati

La memoria storica può innescare crisi globali? Il titolo del dibattito alla Casa della Cultura di Milano del 12 dicembre non è una domanda, in realtà, ma la conclusione della discussione partita da un episodio quasi dimenticato, il campo di concentramento di Jasenovac, la “Auschwitz dei Balcani che Indro Montanelli non seppe (o non volle) vedere”, recita sempre il sottotitolo dell’evento, in un articolo che scrisse nel 1942.

Si sono confrontati, moderati dalla direttrice della rivista Elisabetta Burba (in precedenza caporedattore esteri a Panorama, ora docente al laboratorio di giornalismo e storia alla facoltà di Scienze storiche della Statale di Milano e direttrice della neonata rivista di studi geopolitici Krisis, presentata nel corso del dibattito ),  Fausto Biloslavo (giornalista di guerra), Sandro Gerbi (biografo di Montanelli), Sava Janjic (abate serbo-ordodosso del monastero di Decani) e Livio Senigalliesi (fotografo di guerra e autore di un reportage sul museo della memoria riguardante questo genocidio).
All’evento ha partecipato il presidente di Assoedilizia, Achille Colombo Clerici.

La memoria storica, ha esordito Elisabetta Burba, è uno strumento potente che serve a creare ponti o a scavare fossati. Il primo intervento è stato di Livio Senigalliesi, che negli anni Novanta è stato a Jasenovac, spinto dalla rivelazione di una serba durante la battaglia di Vukovar. Jasenovac, ha raccontato Senigalliesi, è testimoniata dalle fotografie scattate dagli stessi ustascia, e aveva un funzionamento da campo di sterminio. Ma Senigalliesi ha sottolineato l’importanza della conoscenza del passato attraverso le sue radici, per comprendere il presente.

La parola è poi passata all’abate Sava Janjic (madre croata e padre serbo), in collegamento dal Kosovo, che ha ricordato come sia impossibile isolare Jasenovac dai più ampi processi storici e dalle ideologie che lo hanno prodotto e che per  capire le guerre balcaniche degli anni Novanta occorre andare oltre le dispute territoriali e le manovre politiche: la memoria di Jasenovac era rimasta, anche se dormiente, ben oltre la seconda guerra mondiale e influenzava la prospettiva dei serbi di vivere come minoranze negli altri Stati federati. Così come i croati si rifiutavano di fare i conti con questo evento.

La strumentalizzazione politica della memoria collettiva e la lunga ombra delle atrocità di Jasenovac, ha concluso Janjic, ha contributo a mantenere radicati i sospetti, impedito una condanna sobria e unificata del genocidio e favorito la negazione dei crimini e l’autogiustificazione.

La discussione è stata poi indirizzata su un tema definito spinoso da Elisabetta Burba: la visita che Indro Montanelli fece da giornalista a Jasenovac nel 1942, raccontata da Sandro Gerbi, giornalista storico e biografo di Montanelli.

Nel 1942 Montanelli era al Corriere (assunto dal 1938) ed era afflitto dalla sua periodica depressione e meditava di lasciare un mestiere reso sempre più difficile dal regime.  Ma, sostenuto dall’entusiasmo di Galeazzo Ciano che aveva letto dei suoi reportage dall’Albania nel maggio 1942, ai primi di luglio si era recato nella Croazia governata da Ante Pavelić  e aveva pubblicato un articolo dedicato in gran parte al campo di Jasenovac  (il resto è un’intervista a Pavelić).

Ma il pezzo è imbarazzato e molti anni dopo Montanelli ammise di non aver riferito molte cose perché non sarebbero state pubblicate. Il tono, dice Gerbi, è sicuramente disturbante.

Nell’articolo si parla di circa 1.200 detenuti comunisti, ebrei e serbi e di un luogo che assomiglia a un cantiere, dove “la popolazione è sottoposta a una ferma disciplina”. Ognuno, scrive Montanelli, ha un piccolo bagaglio personale e agli ebrei sono riservati i lavori duri ma non quelli durissimi, “che qui non esistono”. Ci sono ore di riposo. E il flusso dei prigionieri prevede entrate ma anche uscite per “comprovata innocenza”.

Poi parla di un cimitero con 12 ustascia fucilati per eccessi nei loro comportamenti e Montanelli lo evoca come monito per i detenuti “che non si comportano bene”.
Ma è possibile, si è chiesto Gerbi, che Montanelli non avesse visto quello che realmente accadeva a Jasenovac? No, e infatti anni dopo dirà “Non ne potevo scrivere ma lì accadevano cose tremende”.

Per tutta la vita farà professione di filosemitismo, ha spiegato Gerbi, e ha aggiunto che facendo una ricerca sul giornalista del Corriere Augusto Guerriero, amico di Montanelli, aveva visto un articolo di Guerriero che attribuiva agli ebrei gran parte della responsabilità della guerra. Articolo che mirava ad appianare i rapporti con Giovanni Preziosi, teorico razzista e antisemita ma la vicenda viene raccontata da Gerbi.

Montanelli a questo punto si preoccupa delle “porcate che mi toccava scrivere in quel periodo” e quindi, ha concluso Gerbi, va considerata questa vicenda all’interno delle vicende storiche di quell’epoca.

Non siamo qui per processare Montanelli ma per analizzare i meccanismi dell’informazione, ha detto Elisabetta Burba dando la parola a Fausto BiIoslavo. Il giornalista ha ricordato in premessa che i reportage di Montanelli del 1941 in Finlandia erano  stati criticati in Italia. E che leggere l’articolo di Montanelli del 1942 su Jasenovac è imbarazzante ma la prosa non è eroica, anzi, cupa: in qualche maniera Montanelli, afferma Biloslavo, si rendeva conto che entrava in un girone d’inferno.

Inoltre la descrizione dell’inflessibilità degli ustascia è indicativa, come l’affermazione che il prigioniero interrogato dal giornalista “non parla”. E questo, ha detto Biloslavo,  sembra essere il massimo che si potesse pensare di pubblicare: così, ha detto Biloslavo, non assolvo ma non condanno Montanelli per questo articolo. Inoltre, ha ricordato Biloslavo, Jasenovac non chiuse i battenti dopo la guerra ma si videro i massacri degli ustascia e dei cetnici (a loro volta vittime degli ustascia durante la guerra) da parte di Tito non solo perché criminali di guerra ma soprattutto perché possibili oppositori.

Questo eccidio è sempre stato un tabù sino al crollo della Jugoslavia ma lo stesso comandante Arkan, intervistato da Biloslavo, considerava i soldati croati come ustascia e spiegava che, a fronte delle torture da loro inflitto ai serbi, loro si limitavano a ucciderli subito. Ecco quindi la storia che ritorna, ha detto Biloslavo. Così come all’assedio di Sarajevo i soldati croati rivendicavano di essere ustascia.

Biloslavo ha poi citato diversi episodi in Kosovo e in Ucraina per affermare come le radici dei conflitti siano spesso da ricercare nel passato e comunque gli eventi siano spesso travisati dalla propaganda: come nel caso della contraerea ucraina che centrando i missili russi diretti a un obiettivo militare provoca esplosioni su palazzi di abitazione. O dei prigionieri fucilati inermi da ambedue le parti. Così come in Siria vanno espressi forti dubbi su quello che faranno i nuovi padroni. La guerra della propaganda, ha concluso Biloslavo, è diventata un guerra dell’informazione e della disinformazione che ha ormai un peso equivalente, se non leggermente superiore, al peso dei proiettili

di Saverio Fossati

 

 

 

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