Il cibo piace di più se costa tempo e fatica

Il cibo piace di più se costa tempo e fatica

Le tagliatelle fatte a mano battono la pizza riscaldata e il pesce preparato con cura certosina batte l’arrosto “passato” dalla vicina.

Detto in maniera più generica, i cibi per la cui preparazione si sono spesi tempo e fatica piacciono di più di quelli precotti o cucinati da altri.

Questa la tesi avanzata da una ricerca della John Opkins University (di Baltimora, USA), diretta dal dottor Alexander Johnson e pubblicata su “Proceedings of the Royal Society B”.

Gli studiosi hanno condotto diversi test con topi da laboratorio.

Nel primo esperimento, la squadra di Johnson ha messo i roditori davanti a due scelte uno snack, da ottenere premendo una leva una volta, ed un alimento diverso per cui bisognava premere una
leva 14 volte. Prima gli animali hanno effettuato la selezione, poi hanno avuto libero accesso al prodotto: a quel punto è diventato evidente come le cavie si orientassero sul cibo che
richiedeva più lavoro.

Il secondo test offriva ancora una volta due alimenti, entrambi ad un basso contenuto di calorie. Ancora una volta, i topolini hanno puntato quello che richiedeva il maggiore sforzo.

Per i ricercatori, ciò dimostra come “Se si deve effettuare uno sforzo maggiore per ottenere un certo cibo non solo quel cibo avrà più valore, ma potrebbe anche avere un
gusto migliore. Al momento non sappiamo perché questo accada, ma sappiamo che l’effetto dura per almeno 24 ore dopo aver lavorato sodo per la realizzazione del pasto”.

Allora, gli esperti sperano di usare tali principi nelle terapie contro i disturbi alimentari, obesità in primis. Infatti, chiude il dottor Johnson, “Gli individui obesi potrebbero
essere in grado di cambiare le proprie abitudini alimentari in modo da preferire alimenti sani e a basso contenuto calorico manipolando la quantità di lavoro necessaria per ottenere il
cibo”

FONTE: Alexander W. Johnson and Michela Gallagher, “Greater effort boosts the affective taste properties of food”, Proc. R. Soc. B published online before print November 3, 2010,
doi:10.1098/rspb.2010.1581

Matteo Clerici

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