Il Cavaliere: “In Rai si entra solo con la raccomandazione o prostituendosi”

Dopo le indiscrezioni sulle intercettazioni telefoniche riguardanti Berlusconi, Saccà e Randazzo e la notizia dell’indagine per corruzione avviata dalla procura di Napoli contro l’ex
premier, è arrivato il giorno della pubblicazione dei testi delle telefonate sui quotidiani italiani.

Ma il Cavaliere non ha gradito e la sua ira è esplosa in un attacco violento e quanto mai esplicito: “Lo sanno tutti nel mondo dello spettacolo in Rai si lavora solo se ti prostituisci o
se sei di sinistra – ha tuonato – In Rai non c’è nessuno che non sia stato raccomandato, a partire dal direttore generale che non è stato certo scelto attraverso una ricerca di
mercato”.
Poco prima il Cavaliere aveva reso noto di non aver ancora sentito le intercettazioni, ma di essere tranquillo per i contenuti: “Non le ho ancora sentite, non c’è niente che possa essere
così preoccupante – ha rilevato l’ex premier – salvo il fatto che siamo in un Paese dove non c’è più la libertà”.
“E’ una entrata violenta – ha tuonato contro il quotidiano L’Espresso che ha pubblicato i testi delle intercettazioni – un attacco violento all’intimità, al diritto di privacy,
alla vita di ciascuno: è una cosa veramente criminale”.

Secondo Della Vedova (Fi), inoltre, l’accaduto prova che l’operato della sinistra contro l’opposizione è “sconfinato nelle barbarie”: “Il fatto che sul sito di Repubblica sia disponibile
l’audio di una recentissima conversazione telefonica tra Silvio Berlusconi e Agostino Saccà, di cui la magistratura ha disposto l’intercettazione, dimostra che nelle speculazioni
politiche e giornalistiche contro il capo dell’opposizione si è ormai sconfinati nella barbarie”, ha tuonato il forzista.
“Barbaro, solo barbaro può infatti definirsi un sistema in cui le intercettazioni disposte nell’ambito di una inchiesta possono essere date in pasto al pubblico senza alcuna garanzia per
gli interessati, come aprioristica prova di una ‘colpevolezza’, che non potrà mai essere appurata in sede giudiziaria”, ha incalzato Della Vedova.
“Il degrado che segna i rapporti tra magistratura, politica e informazione è una emergenza democratica che il nostro paese deve affrontare – ha concluso – Ci chiediamo se il Garante per
la privacy non abbia davvero nulla da dire al riguardo”.

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