Gran Bretagna: In tempi di crisi gli immigrati torniamo ad essere noi!

Londra – E’ molto vivace, sui giornali del Regno Unito, il dibattito intorno alle massicce manifestazioni che hanno bloccato le raffinerie britanniche per la decisione di
subappaltare il lavoro a imprese e dipendenti italiane. Nell’anno in cui Londra detiene la presidenza di turno del G20 – che si riunirà in aprile – la stampa d’Oltremanica si
interroga sulle perversioni del libero mercato e l’opportunità di un nuovo protezionismo. Ma la premessa è unanime: quella scoppiata alla Total ‘Lindsey Oil’ di North
Killingholme, nel Lincolnshire, con l’arrivo di circa trecento lavoratori specializzati della Irem di Siracusa è tutt’altro che una protesta xenofoba.

Certamente il Bnp (Partito nazionale britannico, di estrema destra, ndr) tenterà di sfruttarla” scrive Seumas Milne sul Guardian, “ma sarebbe sbagliato dipingerla come
una protesta razzista contro i lavoratori stranieri e l’immigrazione, anziché come ciò che realmente è: una lotta per l’occupazione nel bel mezzo di una profonda
recessione e una reazione violenta al modello neoliberista difeso da Brown per oltre un decennio”. Quelli che manifestano fuori dagli impianti di Lindsey, Grangemouth e Aberthaw “non
sono razzisti per un’improvvisa conversione al Bnp. Non sono arrabbiati con i siciliani, ma con un sistema globale che li ha sputati fuori” secondo Janice Turner del Times.

“Le banche, non i sindacati, hanno affossato il paese. E ora l’economia globale sembra infondata e crudele”. L’editorialista del Times ritiene, insomma, che la “protesta contro la
stupidità della Total (sia) solo l’inizio” della manifestazione di una “rabbia” giustificata. Per Philip Johnston del Daily Telegraph, che pubblica anche una lunga intervista al
premier Gordon Brown, “l’intera strategia del governo sull’immigrazione, come le sue politiche economiche e le politiche sulla spesa pubblica, sono state fondate sulla presunzione che
il boom sarebbe continuato per sempre”.

“Gli esponenti dell’esecutivo sono andati dicendo che l’alto numero di lavoratori stranieri era necessario per alimentare quella che si è rivelata una bolla, anche se c’erano
milioni di cittadini britannici in età da lavoro che vivevano solo grazie ai sussidi”. “La realtà – aggiunge Milne sul Guardian – è che le direttive Ue e, ancor
più, la legislazione britannica hanno incoraggiato gli imprenditori a sfruttare la deregulation del mercato del lavoro per mettere i loro dipendenti gli uni contro gli altri, e
abbattere i costi”. Ora, scrive ancora Milne, “i lavoratori organizzati nel Regno Unito non sono più preparati ad affrontare la situazione e fare sentire la loro voce”.

Da qui un invito ai lavoratori a “indirizzare la loro protesta contro gli imprenditori e il governo, anziché contro gli altri lavoratori” in modo da sollecitare “un programma di
investimento nei settori casa, infrastrutture e trasporti per supplire all’emorragia occupazionale del Paese”. L’Independent, dal canto suo, si limita a rilevare in un editoriale che
“la competitività che ha contribuito così tanto al boom economico inglese, comporta una certa vulnerabilità” ma “fortunatamente, almeno per quanto riguarda l’Unione
Europea, il protezionismo nazionale su posti di lavoro ed export non è un’opzione sul tavolo”.

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