Esclusivo: Famiglia Cristiana anticipa l’incontro tra Enzo Bianco e Carlo Petrini

Esclusivo: Famiglia Cristiana anticipa l’incontro tra Enzo Bianco e Carlo Petrini

 

Enzo Bianchi e Carlo Petrini, il monaco e il contadino, il priore della comunità di Bose e il fondatore di Slow Food. Ragionano di agricoltura, di cibo, di gusto: «Bisogna
però rispettare la natura e l’uomo che la lavora».

Dev’essere buono, pulito e giusto, secondo l’affermato verbo di Slow Food.

Bisogna, insomma, far di tutto affinché sia gustoso, genuino, biologico, frutto di lavoro equamente retribuito, nonché di diritti riconosciuti e rispettati. Ma è
bene ricordare che il cibo, di questo infatti parliamo, è anche benedetto, ovvero al centro della tradizione religiosa che accompagna l’uomo dalla creazione ai giorni
nostri, attraverso le pagine della Bibbia, gli scritti dei Padri della Chiesa, le regole monastiche e tanta teologia.

Ragionano dei prodotti dei campi e dei valori che ne dovrebbero scandire la vita, dalla semina alla mensa, Enzo Bianchi e Carlo Petrini. Il monaco e il contadino, il priore della
comunità monastica di Bose ( Biella) e il fondatore di Slow Food: Famiglia Cristiana li ha fatti incontrare anticipando quanto avverrà lunedì 27 ottobre, a
mezzogiorno – quando, se no? –, nella Sala Gialla del Lingotto, al termine della terza edizione di Terra Madre, il grande meeting che dal 23 al 27 ottobre richiama a Torino
oltre cinquemila tra agricoltori, pescatori, allevatori, produttori artigianali agroalimentari, cuochi, docenti universitari e studenti provenienti da 153 Paesi, in rappresentanza di
1.678 comunità.

«Una decina d’anni fa, saputo che Enzo Bianchi frequentava il Salone del gusto, ho voluto conoscerlo», esordisce Carlo Petrini. «È stata per me una
piacevole sorpresa. Con il consolidamento di quella che ormai è un’autentica amicizia, sono emerse le tante affinità. A partire dalle radici comuni. Io sono venuto
al mondo a Bra, in provincia di Cuneo, il 22 giugno 1949, un nonno macchinista ferroviere e l’altro ortolano; ho fatto la sintesi tra queste due culture. Lui, invece, è di
Castel Boglione, nell’Astigiano (dov’è nato il 3 marzo 1943, ndr.). Io sono delle Langhe, lui del Monferrato. In ogni caso, entrambi siamo figli di una terra che
negli anni della nostra formazione esprimeva, vivendoli, alcuni fondamentali valori di cui la società odierna si scopre improvvisamente priva e di cui ha disperatamente bisogno.
Abbiamo ridotto il cibo a una commodity, a una materia prima, a merce e basta, privandolo, ad esempio, della sacralità che aveva, ha e manterrà sempre…».

«Io avevo una nonna cuoca, ed era francese», afferma dal canto suo Enzo Bianchi, «ho imparato tanti segreti culinari da lei e dalla mia seconda madre. Ricordo, poi,
che a 11 anni chiesi a mio papà di affittare un pezzetto di terra per farci un orto. Che ho seguito personalmente fino a quando mi sono trasferito a Torino, per frequentare
l’università (laureandosi in Economia e commercio, ndr.). Una volta giunto qui, a Bose», prosegue Enzo Bianchi, «l’orto è stato tra le prime cose
che ho fatto. Vi coltivo l’insalata (in questi giorni ne ho seminato una specie particolare, che mi piace tanto, la Montpellier), i pomodori, i “friggitelli” – peperoni
dolci, straordinari, che vengono dalla nostra fraternità pugliese – e le cipolle di Tropea. Ho bisogno che la bellezza sia celebrata nel rapporto diretto con i frutti della
terra. Ho inoltre una piccola serra che mi garantisce prezzemolo e salvia tutto l’inverno».

Le raviole del priore

«Lo sapete che Enzo è anche un ottimo cuoco?», interviene Carlo Petrini: «Le raviole (ravioli in piemontese, ndr.) come le fa lui non le trovo altrove. Grazie
alla regola benedettina, che consente agli abati di accogliere una persona senza l’obbligo del silenzio, io beneficio molto della sua ospitalità, che si manifesta
attraverso amabili chiacchierate e tramite la sua bravura ai fornelli».

Proviamo a provocare il priore di Bose: nessun problema a frequentare Carlo Petrini, il quale – a torto o a ragione – è stato vissuto per un certo periodo come
“l’icona” di una certa sinistra elitaria? «A dire il vero non ho mai sentito dire che Carlìn (come gli amici sono soliti chiamare Petrini, ndr.) rappresentasse
quest’icona», nega sorridendo Enzo Bianchi.

«Piuttosto ho sin da subito apprezzato il serio interesse che aveva e ha per la terra e per chi la lavora, per la natura e per il cibo, grazie al quale non solo ci nutriamo, ma
diamo alla nostra vita un “sapore”», continua il priore di Bose. «E poi mi ha colpito il suo anelito di giustizia, che lo porta a cercare di cambiare le modalità con
le quali viene imbandita la “tavola del mondo”, dalla quale sono esclusi in molti, spesso proprio quelli che faticano per i banchetti altrui. Carlìn, con Slow Food e con Terra
Madre, aiuta i poveri della terra in maniera non ideologica, ma intelligente, concreta, realistica, spesso originale».

«Viviamo un momento storico molto particolare», riprende Carlo Petrini. «Il liberismo, stella polare degli ultimi anni, ha ormai evidenziato tutti i suoi limiti. La
crisi fa sì che l’economia della natura e quella di sussistenza tornino d’attualità. Dobbiamo curare di più il territorio e i suoi frutti tipici,
recuperando la “giusta misura”».

«L’economia della natura e quella di sussistenza, lungi dall’essere miserevoli come – sbagliando – molti pensavano, sono la speranza del futuro
perché sono pratiche, vere, non creano delle bolle speculative», sottolinea ancora Petrini. «Quando le comunità di Terra Madre vengono a Torino per
incontrarsi, rappresentano un variegato puzzle di economie locali, a volte estremamente marginali. I poveri contadini delle Ande peruviane quale prospettiva possono avere? Eppure sono
depositari della biodiversità, si prendono cura di un determinato territorio, il loro, e in questa situazione di caos alimentare devono essere portati ad esempio».

Ce n’è anche per l’Italia: «Un Paese che negli ultimi 15 anni ha cementificato tre milioni di ettari, vale a dire tutto il Lazio e tutto l’Abruzzo messi
assieme», precisa Carlìn, «che ogni giorno butta via 4 mila tonnellate di cibo commestibile, che fatica a riprendere come bussola dei propri comportamenti la “giusta
misura”».

«Quello che sta dicendo Carlìn è detto altrimenti nella regola monastica di san Benedetto che ha un capitolo intitolato De mensura cibi (“Della misura del
cibo”)», osserva Enzo Bianchi. «Il nostro rapporto con il mangiare detta anche la nostra salute psichica. Bulimia e anoressia sono là a testimoniarci che ci
dev’essere un vero e proprio esercizio del cibo, una disciplina, non nel senso cinico, angosciato di una diffidenza verso quel che si mangia, ma nel senso di una piena
consapevolezza di quello che si sta facendo. La tradizione ebraica e quella cristiana invitano a pregare prima e dopo i pasti, un modo per evitare di gettarsi sul cibo con
voracità consumistica e per suscitare domande: da dove arriva quel che sto per mangiare? Chi l’ha preparato? Con chi posso condividerlo? Nella Bibbia c’è un
verbo specifico che designa lo spezzare il pane: segno che il pane è per tutti e va distribuito. La tavola dovrebbe essere il luogo in cui si celebra la comunità.
Purtroppo, anche nel mangiare, si è affermata una logica individualistica».

Alberto Chiara

«Nella Bibbia c’è un verbo specifico che designa lo spezzare il pane: segno che il pane è per tutti e va distribuito. La tavola dovrebbe essere il luogo in cui
si celebra la comunità. Purtroppo, anche nel mangiare, si è affermata una logica individualistica».
Enzo Bianchi

«La crisi fa sì che l’economia della natura e quella di sussistenza tornino d’attualità. Dobbiamo curare di più il territorio e i suoi frutti
tipici, recuperando la “giusta misura”.»
Carlo Petrini

 

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