Ecologico e kmzero: non sono sinonimi di biologico

Ecologico e kmzero: non sono sinonimi di biologico

BIOLOGICO A TAVOLA: PIU’ NELLA MENTE E TASCHE DEGLI ITALIANI – Urge chiarezza e trasparenza

La filiera biologica italiana gode di ottima salute.  Il tema biologico riempie i dibattiti, tutti ne parlano. Tanti produttori lo pongono come insegna dei prodotti. Ma il consumatore sa cosa acquista, perché e a che costo? I produttori per primi dovrebbero volere certezze.

E’ opportuno non fare confusione dei termini. Prendiamone due come esempio:  ecologico e km zero. Non sono sinonimi di “biologico”, non sono alternativi, esprimono tutt’altro e non hanno valore legale in etichetta. Innanzitutto il trisillabo “bio” da solo non vuol dire nulla.

Il sistema produttivo nazionale segna da 10 anni (2005) un indice al rialzo sia  per dati produttivi che di consumo. Il recente aggiornamento-integrazione della norma Ue ha chiarito alcuni aspetti, non tutti.

Comolli-Orchestra Sapori Vivai del PoIl 2015 è un altro anno in cui dettaglio, ristorazione, distribuzione crescono in termini di fatturato e di referenze. Il settore agroalimentare biologico continua a mostrare un grande potenziale che va anche al di là dei confini nazionali. Anche l’export è in forte crescita.

In questo l’Osservatorio economico fornisce utili indicazioni, di trend e di domanda. Il fatturato all’estero è di 1,5 mld euro anno, questo grazie alla internazionalizzazione anche all’80% attuato dalle Pmi agroalimentari. Lo sviluppo ha però immediatamente indicato alcune falle. Purtroppo tipiche del sistema frastagliato e individuale delle imprese italiane, sia grandi che piccole e di un sistema pubblico e di controllo non al passo con il mercato e i sistemi di comunicazione, offerta, domanda dei consumatori direttamente.

Come sempre, anche in questo campo, l’Italia paga uno scotto di non organizzazione, non logistica, non indirizzo procedurale unico, non capacità di guidare le imprese. Colpa di….? non è questo il problema: l’errore è la carenza in un comparto e settore dove il made in Italy non deve essere solo qualità, ma anche gestione e tutela, prevenzione e formazione, proprio per andare incontro come sempre  – dopo ! – a frodi, abusi, pirateria, danni. L’assenza di una classificazione di codici doganali per i prodotti biologici certificati impedisce la rilevazione continuativa dei flussi di import-export.

Oggi è fondamentale poter disporre – prima! – dei dati e valutare le opportunità di business che il settore biologico offre nel breve periodo sui mercati esteri e a definire azioni specifiche a sostegno delle imprese esportatrici italiane. Bisogna intersecare i dati di consumo con le disponibilità e i processi produttivi delle imprese che esportano prodotti agroalimentari a marchio biologico, le aree di miglioramento e gli strumenti più idonei a sostenere le imprese, attraverso la raccolta dei numeri chiave dell’export, la definizione dei principali mercati di destinazione, le loro dimensioni e le loro caratteristiche in termini di consumo e il ruolo delle diverse categorie.

Il  monitoraggio dell’agroalimentare biologico italiano all’estero rappresenta una vera e propria chiave strategica a favore degli operatori e delle imprese che avranno così a disposizione dati e analisi sulle opportunità di internazionalizzazione dei prodotti BIO  all’estero, anche come repressione frodi, come prevenzione, come agenzia di controllo contro pirateria. Oltre a questo il consumatore – però! – deve avere certezze e conoscere il valore alimentare e salutare del prodotto acquistato, questo in Italia e all’estero.

Ecco che l’etichettatura è fondamentale.
La ricerca scientifica aiuta: gli ultimi dati dicono – ci facciamo carico di essere molto trasparenti – che frutta e verdure “ da produzione biologica” hanno un contenuto di polifenoli totali, di minerali leggeri, di vitamine più alto, quindi più protezione della salute soprattutto da malattie cardiovascolari.

Per i composti fenolici non è stato riscontrato maggiori o minore presenze fra frutta e ortaggi “ biologici” e quelli prodotti in modo convenzionale.

Per le produzioni animali, carne e latte, la presenza di grassi polinsaturi è maggiore nei prodotti ottenuti seguendo un “ processo unico biologico”.

Per altri prodotti alimentari e gastronomici non ci sono al momento ricerche valide, come per esempio le uova e l’olio extra vergine d’oliva. Per il vino, invece, soprattutto per i vini spumeggianti ed effervescenti ottenuti con metodo tradizionale, la coltivazione dell’uva, la vinificazione e l’imbottiglimento secondo tutta la  “filiera del biologico” ha dimostrato una maggiore presenza di resveratrolo, antiossidanti, potassio e minerali come zinco, boro e assai utili nei processi digestivi, di assorbimenti, di sanita delle via digestive.

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli

Giampietro Comolli

Cum grano salis, a cura di Giampietro Comolli

Editorialista Newsfood.com
Rubrica di economia,  food&beverage e Gusturismo
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Foto copertina tratta da: felicitapubblica.it

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