Dai grandi attentati ai massacri regionali: così Al Qaeda cambia strategia

Dai grandi attentati ai massacri regionali: così Al Qaeda cambia strategia

Al Qaeda cambia modalità d’azione ed a rivelarlo è uno dei suoi teorici più importanti lo sceicco Abu Bakar Naji, un teorico della jihad, nel suo ultimo libro «Edarat
al Wahsh», (La governance nel deserto ndr).

Nel testo, Naji parte dall’ ammissione di diversi problemi: l’impossibilità di creare uno Stato islamico radicale, il fallimento dello sbriciolamento del fronte avversario mediante
attacchi contro gli Stati uniti; cosa forse più importante, l’impossibilità di organizzare attentati su larga scala (come quello della stazione di Madrid o quello del 11
Settembre).

La soluzione a ciò, secondo Naji, è il cambio di strategia: i combattenti per la guerra santa devono iniziare ad attuare massacri regionali, rapendo donne e bambini per usarli e
poi ucciderli.

Tutto questo deve avere il massimo risalto mediatico possibile perché bisogna “mettere in atto tutte le strategie per rendere impossibile la vita quotidiana agli infedeli”, per
usare le parole del saudita.

L’obiettivo finale sarà così la creazione di piccole enclave «liberate» dove istituire il
califfato alla stregua delle zone libere istituite dalla guerriglia marxista in America latina.

Naji individua anche le nazioni dove stabilire «il governo del deserto». Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Yemen, Libia, Tunisia e Marocco. Zone
dove già questa strategia è attuata, spiega lo sceicco, sono Algeria, Somalia, Egitto, Iraq, Libano e Afghanistan.

E, secondo gli esperti di intelligence, tale cambio di rotta di Al Qaeda è già diventato operativo.

Edwen Dyer, cittadino inglese, è stato giustiziato il 31 maggio “poiché nessuna risposta è venuta dalla Gran Bretagna che sembra non avere
a cuore le sorti dei propri cittadini”
, come hanno annunciato i fondamentalisti islamici sul web.

In realtà, la “colpa” della Gran Bretagna è stato quella di non liberare Abu Qatada, ex braccio destro di Osama bin Laden in Europa.

Pochi giorni dopo, è stato ucciso a Timbuctu un agente dei servizi segreti del Mali, impegnato ad indagare sulla presenza di elementi di radicalismo religioso nella regione.

Il massacro di stranieri nello Yemen, infine, sembra sia la risposta all’arresto la scorsa settimana di Hassan Hussein Alwan, di nazionalità saudita, catturato nella provincia di Marib
nell’est dello Yemen.

Ed è proprio lo Yemen (insieme alla Somalia) la metà dei numerosi terroristi in fuga dalle vecchie roccaforti per la pressione delle forze internazionali, il Paese che (secondo le
teorie dello sceicco Naji) potrebbe diventare la nuova terra promessa dell’ Islam radicale.

Una terra promessa da costruire sul sangue sul dolore e sulla sofferenza degli infedeli.

Matteo Clerici

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