Cerimonia di apertura del 43° Vinitaly Salone Internazionale del vino e dei distillati
2 Aprile 2009
Si sa che le origini della vite si perdono nella più lontana antichità, in terre bibliche se non addirittura antecedenti gli stessi racconti biblici.
Ma quella che siamo abituati a chiamare la civiltà del vino è gloria che ci appartiene, è parte essenziale della nostra storia, è forma ed è sostanza dei nostri
più affascinanti paesaggi.
Se in Italia si può parlare di paesaggio culturale è perché in Italia, oltre al resto, è nata e si è sviluppata la civiltà del vino.
In una delle sue più belle lettere, Plinio il Giovane descrive così il paesaggio in cui costruì una delle sue ville: «Proveresti un gran piacere se riguardassi questa
regione dall’alto dei colli: ti parrebbe infatti di scorgere non delle terre, ma un quadro dipinto con incredibile maestria: da tanta varietà, da così felice disposizione gli occhi
traggono diletto ovunque si posino». E’ questo che intendo dire con l’espressione paesaggio culturale.
Ma meglio ancora lo si capisce, se solo riflettiamo e quindi cerchiamo di immaginare ciò che Plinio il Giovane ha affidato alle sue parole quando si intrattiene a lungo sugli spazi, sulle
architetture, sulle stanze, sui panorami che di fatto costituiscono la sua villa.
Cito Plinio: «Sul fianco vi è la galleria per l’estate, in posizione più alta, ed essa non par che domini, ma tocchi le vigne; nel mezzo c’è una sala da pranzo che
riceve dalle pendici dell’Appennino un’aria saluberrima; dietro, essa guarda dalle sue ampie finestre le vigne e, attraverso la galleria, pare faccia entrare anche dalle porte la visone delle
vigne».
La visione delle vigne: in breve, Plinio il Giovane è già il cantore della nostra straordinaria civiltà del vino.
E tanto per essere doverosamente ospitale, come meglio non potrei, ricordo che la «visione» di Plinio si riferiva ad una pianura che ancora oggi si trova tra Toscana e Umbria e che
oggi, così come allora, è terra che compete alla grande con il Veneto e con tutte le altre terre italiane per l’italica competizione nella civiltà del vino.
Una civiltà che desideriamo continui a distinguersi per qualità su tutte le altre nel resto del mondo.
Se questa è la storia, se questa è la poesia, ora veniamo al difficile momento presente.
Non desidero intrattenervi solo su questioni strettamente venete. Vedrete, non perderà di certo l’occasione per parlare degli straordinari prodotti del Veneto il nostro Ministro alle
Politiche Agricole. Anche se qualcosa di veneto dovrò pur dire ad un certo punto.
E’ evidente che il vino, allo stesso modo di altri prodotti, è coinvolto nel calo dei consumi.
Ma le motivazioni all’origine della stagnazione vanno oltre la difficile congiuntura mondiale.
Per esempio, possono essere ritenute considerazioni banali, ma per quanto riguarda il mercato interno non c’è dubbio che la maggiore attenzione di tipo salutista, certamente ha portato in
anni recenti ad un calo di consumo pro capite che è passato da oltre cento litri a circa quarantotto, con tendenza a diminuire ulteriormente.
Si tratta di questioni relative a nuovi modelli di vita, cioè alla cura della propria persona, della propria salute che giornali e televisioni diffondono in ogni modo e di continuo. Si
tratta di fenomeni sociali che in questo senso tendono ad accomunarci ad altri Paesi di tradizione storica nel settore della viticultura, per esempio la Francia.
E come negare che un ulteriore aggravio al consumo è venuto dai pur più che doverosi controlli, che certamente hanno portato gli amanti della buona tavola e del buon bere ad un
autolimitazione, in ogni caso non favorevole al consumo del bicchiere di buon vino. E come negare ancora che, se da una parte è aumentata di molto la qualità media del vino
italiano, dall’altra sono aumentati i prezzi al consumo.
Quale sia la causa o le cause di tali fattori critici non spetta a me dirlo, tantomeno nei giorni della grande festa del vino, che da decenni ormai si portano qui a Verona.
Ed è una verità più che consolidata purtroppo il danno proveniente dall’aumentata concorrenza internazionale. Australia, Argentina, Cile, California, alcuni Paesi dell’Est
sono da tempo diventate delle presenze scomode non solo per noi in Italia, ma anche per la Francia o per la Spagna.
Di conseguenza l’export diventa più difficoltoso.
Altri fattori critici sono strettamente legati alla congiuntura negativa: un certo calo della ristorazione in Italia e all’estero ha un suo peso notevole, da non sottovalutare e che deve spingere
a trovare soluzioni positive, ad allestire proposte, a realizzare progetti che possano far risalire rapidamente l’indice dei consumi.
In questo senso, io credo che produttori e ristoratori dovrebbero collaborare più strettamente nei diversi passaggi e ai diversi livelli di ciò che ha a che fare con produzione,
vendita, commercializzazione dei nostri vini.
Non so se tutto è stato fatto al meglio sul versante di chi produce vino e che in quanto tale dovrebbe avvertire l’obbligo di cercare forme nuove e più moderne di distribuzione,
riducendo così i costi e al contempo aumentando gli spazi di penetrazione a seguito di una più efficiente capacità di commercializzazione.
Ciò che intendo dire, è che il marketing del vino deve svecchiarsi, deve cercare con costanza e intelligenza i migliori posizionamenti per ogni singolo prodotto, ed è per
questo motivo che, anche in questo campo, le aziende italiane devono fare sistema, allo scopo di promuovere e comunicare al meglio nei mercati internazionali.
Non c’è cosa di più sbagliato del continuare a praticare «un fai da te» che non produce nulla. Il nostro paese, il paese della civiltà del vino deve riuscire a
promuovere il suo «sistema vino», un sistema che faccia da traino alle diverse aziende e ai singoli territori.
A questo punto, ritengo di avere le carte in regola per dire qualcosa in qualità di Presidente della Regione del Veneto.
Uno degli obiettivi dell’ambiziosa progettualità sostenuta dalla Regione del Veneto è quello di «mettere in sicurezza» alcune tra le nostre più importanti
realtà enologiche.
Il Prosecco (che ha conosciuto successi straordinari in tutto il mondo), il Valpollicella-Amarone, il Tocai, il Piave Raboso Malanotte, seppure con volumi completamente diversi tra loro, sono
alcune tra le eccellenze enologiche che fanno illustre il Veneto in ogni parte del mondo dove si consumi del vino.
Va difesa la presentazione di questi prodotti, la loro comunicazione, il loro legame inscindibile con il territorio di provenienza e soprattutto va difeso il legame con la filiera produttiva che
ha saputo farli crescere, conoscere e valorizzare.
Dunque, fare sistema per mettere in sicurezza le produzioni enologiche venete, non solo quelle autoctone ma anche importanti realtà come il Pinot grigio che le imprese del Nord Est hanno
saputo trasformare in un business globale.
Politica della comunicazione del territorio: è una delle strategie condivise con il mondo delle imprese. Una comunicazione integrata che mette insieme agroalimentare, turismo e cultura.
Sto parlando di due dei comparti economici più importanti del sistema economico veneto. Appunto, agroalimentare e turismo che questa Regione saprà porre in rapporto con l’universo
della cultura, con i musei, con i monumenti e con i grandi episodi espositivi che il Veneto sa proporre in ogni angolo del proprio territorio. In una parola: l’eccellenza dell’agroalimentare che
diventa un presidio di qualità all’interno degli spazi destinati alla cultura eccellente.
Cari amici, concludo ricorrendo di nuovo a Plinio il Giovane, che era lombardo, ma che seppe scrivere parole superbe sulle virtù dei veneti, in particolare dei padovani.
Padova e Veneto a parte, ciò che ora mi interessa citare sono queste poche righe, sempre da quella lettera di Plinio il Giovane: «Nel lato senza finestra della sala da pranzo
è praticata una scala da cui provengono nascostamente le vivande durante i banchetti».
Il sogno di tutti noi è che ci siano sempre più scale da cui provengono per i nostri pranzi tante vivande e tantissime bottiglie di vino.





