“Caro Direttore”: la lettera più bella è di Rita
18 Aprile 2014
Data: 18 aprile 2014 00:21:12 CEST
A Bolzano proclamati i vincitori del concorso “Caro Direttore”.
E’ uscita su Vanity Fair la più bella lettera di un lettore
Secondi ex aequo La Stampa e Io Donna- 50mila in gara nell’iniziativa
ideata dal giornalista Guido Vigna e promossa dall’Azienda di soggiorno
e turismo- Nella giuria, presieduta da Lella Costa, scrittori come
Camilla Baresani ed Isabella Bossi Fedrigotti ed anche conduttori tv
come Edoardo Raspelli
Scrivono per protestare; si rivolgono ai Direttori di giornali per denunciare; mandano lettere al “Caro Direttore” anche per dare notizie.
E proprio “Caro Direttore” è il titolo dell’iniziativa ideata da alcuni anni dal giornalista Guido Vigna ed organizzata dall’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano.
Nel 2013 sono state lette ben 50 mila lettere su ogni testata italiana e 50 sono state le finaliste selezionate e valutate dalla giuria presieduta da Lella Costa e composta anche da: Giulio Anselmi, Camilla Baresani, Roberto Bertinetti, Isabella Bossi Fedrigotti, Ilvo Diamanti, Massimo Donelli, Stefano Lorenzetto, Marcello Lunelli, Pierluigi Magnaschi, Bruno Manfellotto, Marzio Achille Romani, Alessandro Saviola, Fabio Tamburini, Edoardo Raspelli.

La giuria si è riunita per la decisione finale nelle storiche sale dell’hotel Laurin di Bolzano ed ha proclamato come “La lettera più bella del 2013” quella pubblicata il 17 aprile su Vanity Fair, il settimanale diretto da Luca Dini: è la testimonianza di uno straordinario amore fraterno, uno scritto che denuncia l’assurdità di un sistema che ti penalizza se tieni in casa un disabile grave invece di ricoverarlo.
La lettera, firmata Rita e apparsa su Vanity Fair è una lunga confessione nella quale Rita racconta perché non si separerà mai dalla sorella, Nicoletta, che ha il “cervello di una bambina di tre mesi”. “Una storia che è una straordinaria lezione di vita”, si legge nelle motivazioni, “ e nella quale il dolore, le difficoltà economiche, la sordità delle istituzioni si infrangono contro la barriera dell’amore familiare che avvolge Nicoletta”.
L’autrice della lettera sarà premiata con un week end a Bolzano, in occasione del Mercatino di Natale, ospite dell’Azienda di soggiorno e turismo di Bolzano che ha promosso l’iniziativa (www.carodirettore.eu) e con una cucina realizzata con pannello ecologico per Ikea (e donata dai costruttori, il Gruppo Mauro Saviola di Viadana, MN).
Secondo posto ex aequo per due lettere apparse su Io Donna (nella quale si ricorda la studentessa vittima di un assassinio, giusto 30 anni fa), e su La Stampa: qui una donna rimasta senza lavoro racconta le sue speranze per “ricominciare”.
Edoardo Raspelli
per Newsfood.com
LA LETTERA PIU’ BELLA
DEL 2013 SU VANITY FAIR DEL 17 APRILE
“4500 euro se affidi un disabile a un istituto,
700 se resta in famiglia”
Sono la sorella più piccola di una ragazza disabile grave. Non smettete di leggere, vi prego: so che queste cose fanno paura, ma esistono, e io voglio che mi ascoltiate. Perchè quando dico “disabile grave” non parlo di una persona che ha qualcosa che non va, ma di una persona che non ha nulla o quasi che va. Nicoletta ha avuto, all’età di 3 mesi, una crisi epilettica che le ha compromesso per sempre l’evoluzione. Le sue funzioni vitali sono normali, fisicamente è normale, ma il suo cervello è rimasto quello di una bambina di 3 mesi. Dorme in un letto con le sbarre, come i neonati. Va alzata, lavata, imboccata, seguita 24 ore su 24. Non parla, non comunica, non ti dice né se ha fame sete sonno dolore gioia, né se deve andare in bagno. Cammina, ma non sa dove va, nè se ci sono scale o pericoli. I miei l’hanno sempre tenuta in casa con loro, accontentandosi di vivere con lo stipendio da operaio di mio padre e la misera pensione che lo Stato passa a Nicoletta, a grandi linee 260 euro più 460 per l’accompagnamento. Ma mia madre- che ha sacrificato tutta la vita per seguirla- ha ormai 70 anni e non può andare avanti così. Se finora ce l’abbiamo fatta è perché io lavoro e, a 45 anni, dovrò continuare a farlo per molto tempo.
Ma chi si occuperà di lei? I soldi della pensione non bastano certo a garantirle un’assistenza.
Ci sono cose che non capisco: perché un cieco totale ha diritto a 900 euro di accompagnamento, il doppio di mia sorella?
Lui può leggere l’alfabeto Braille, lei non sa neppure che cosa significa leggere; lui con un cane guida può camminare, lei ha gli occhi sani ma non sa tenere un guinzaglio, non sa che cosa siano un guinzaglio, un cane, una strada, un marciapiede. Ma soprattutto: perché lo Stato dà 150 euro al giorno- 4.500 euro al mese dei vostri soldi di contribuenti- a chi mette i figli in un istituto, e a noi poco più di 700? Nicoletta ha 46 anni, uno più di me, io le voglio bene, è mia sorella e non l’abbandono. Non la metterò mai in un istituto. Se per accudirla dovrò smettere di lavorare faremo la fame insieme, ma i sacrifici di mia madre non li butto via. Secondo la legge ha tutto quello che le spetta, secondo me no. Da un anno giro da un ufficio all’altro, ma nessuno mi sa aiutare o consigliare. Non è giusto che una famiglia venga abbandonata a se stessa perché ha fatto una scelta d’amore. Non è giusto chiedere a due genitori di vivere così, e di morire sapendo di lasciare i figli nella disperazione.
Scrivo per me, e per i tanti come me.
Rita
EX AEQUO
La Stampa 15 gennaio 2013
“Ricomincerò a cinquant’anni”
1-3-1993 / 20-12-2012 riconsegna della tessera dopo l’ultima timbratura: grazie e arrivederci senza protestare per evitare problemi a chi rimane. E pensare che credevo d’invecchiare in quel posto, sono arrivata a quasi vent’anni pieni di corse per non arrivare in ritardo, di panini riscaldati nel microonde, di voglia di imparare qualche cosa di nuovo, di rimettersi sempre in gioco e adattarsi alle diversità del lavoro, di ricerca di persone che ti sanno capire e collaborare con te, di ricerca di evitare quelle altre persone (poche) che invece non ti considerano, di voglia di portare una divisa con su un nome che ti riempie di orgoglio. Sì, ho portato così quelle divise che mi davano un senso di appartenenza e ora, come succede nei film americani, ho riposto dentro una scatola insieme alle cose tolte dall’armadietto e a tutti i ricordi di quegli anni appesi sul muro alle mie spalle. Ho fatto tutto come un automa, all’apparenza, senza provare nulla, mentre nella testa mi ripetevo che non era possibile, che mi sarei svegliata da quel brutto sogno. 7-1-2013, stamane alle 8 la sirena ha suonato ancora in quel posto, ma non per me! Buon anno ai miei colleghi, a chi mi porta nel cuore e a chi leggendomi ha trovato un po’ della sua storia: io ricomincerò (spero), tanto ho solo cinquant’anni.
Marcella62, Borgo San Dalmazzo(Cuneo)
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Io Donna 27 aprile 2013
“La mia amica Sandra e quel femminicidio rimasto impunito”
Trent’anni fa a Venezia si compì un femminicidio senza senso. Sandra, la mia compagna di corso alla facoltà di Lingue orientali dell’Università di Ca’ Foscari, fu assassinata a coltellate da un pazzo che si era innamorato di lei. Era il 25 gennaio 1983 e Sandra aveva 20 anni. Insieme avevamo deciso di studiare Archeologia cinese. Sognavamo di scoprire la misteriosa dinastia Xia, che ancora oggi elude gli archeologi. Non potè essere così per lei. Per me sì, continuai gli studi senza di lei. Ma ogni anno Sandra ritorna e mi chiede di parlare di lei e del suo destino. Così vi scrivo per darle requie. Sandra era partita dalla Sicilia per studiare a Venezia. Avrebbe potuto studiare all’Orientale di Napoli o a Roma ma voleva vivere a Venezia. Il primo anno alloggiò in una casetta annessa a un istituto di suore. Il secondo anno, quando le suore decisero di adibire la casa ad altro uso, i genitori le comprarono un locale nelle vicinanze. Rimasero in amicizia con la famiglia veneziana che lo aveva venduto loro: Sandra veniva invitata a pranzo quando era sola a Venezia (nei fine settimana la maggioranza degli studenti tornava a casa). Così conobbe il figlio, che si innamorò di lei. Lei no, mai. Era indipendente e voleva andare in Cina. Lui veniva a trovarla spesso, ma solo quando era sola: se aveva amici in casa, non entrava. Sandra sbuffava, diceva che non lo sopportava più, che non sapeva cosa fare. Poi un giorno, circa una settimana prima di essere aggredita, mi disse che le era venuta un’idea. Gli avrebbe detto che era innamorata di un altro, specificamente del professore di Cinese classico. Buona idea le dissi, così la smette di scocciarti. Non fu una buona idea. Il 25 gennaio, quando stava per andare alla lezione di Cinese classico, lui arrivò con un mazzo di rose e una foto che lo ritraeva mentre suonava il violino sui tetti di Venezia. Chissà cosa successe esattamente, ma lui la colpì molte altre volte con un coltello da sub comprato pochi giorni prima. Forse la lasciò agonizzante. E lasciò anche una lettera farneticante nella quale si diceva che se Sandra non poteva essere “sua”, non sarebbe mai stata di nessun altro. Poi andò a buttarsi dalla finestra dell’istituto dove insegnava musica. Venezia si risvegliò il giorno dopo con un omicidio e un suicidio. Varie teorie vennero espresse, anche quella secondo cui Sandra era stata uccisa dalla “mafia” (dopo tutto era siciliana, no?). Quando non ci furono dubbi che l’assassino fosse veneziano, si riscrisse la storia. Lui divenne il fidanzato di Sandra. L’assassinio divenne una “storia d’amore”. I due corpi furono messi in stanze adiacenti all’obitorio. Gli amici di lui, intervistati, dissero che era una persona buonissima e così gentile che una volta aveva fatto un incidente in moto per evitare di investire una farfalla. Ma Sandra non era una farfalla, non era la fidanzata dell’assassino, era una donna determinata che voleva vivere la sua vita. Ora sento che a trent’anni dalla sua morte Sandra mi chiede di far sapere questa verità in nome di tutte le donne che vogliono vivere la loro vita.
Paola Demattè, professor, Chinese art&archeology department of history of art & visual culture, Providence, Rhode Island
RICONOSCIMENTO SPECIALE
AD UNA LETTERA SUL WEB
I giurati hanno anche preso in considerazione le lettere più belle apparse sul web.
Questa è stata premiata con un magnum di Ferrari (tra i patrocinatori dell’iniziativa)
“Vite di generazioni in quella palma abbattuta”
Il condomino La Palma, situato in fondo a vicolo Salimberti, a meta’ di via Rivetta, a Casale Monferrato, per me e’ tutto ed anche per la mia famiglia e mia zia anziana che vive li’ sola. Da 44 anni all’interno del cortile c’era lei, la palma. Non conosceva stagioni, fredde temperature e caldo afoso, lei assisteva alle scene di vita, al mio compleanno, alle risate di mio zio, scomparso da anni, affetto dal nostro male di Casale Monferrato. La palma sapeva tutti i nostri segreti, le nostre ansie, le urla e i pianti. Verso sera, aiutata dal vento, sussurrava sempre qualcosa di buono e ci faceva capire la sua vicinanza. Una compagna di vita: lei magra e alta serviva il cortile e lo rendeva unico in tutta Casale! Le foto avevano la cornice della palma, quasi a voler chiedere attenzione! Un bel giorno, dopo una riunione condominiale ove mia zia non era presente, per ovvi motivi di eta’, beh si decide di abbatterla, troppo pericolosa, e se poi cade e rovina il tetto? Per carita’, va bene tutto, ma informare la mia povera zia?! Invece, oggi 11 aprile, mentre mia zia riposava, si stava compiendo l’atto finale: la mia zietta si alza e si accorge e chiede motivazioni, ma e’ troppo tardi, la povera palma viene abbattuta e muore per sempre, e con lei muore una parte di me e di mia zia. Un dolore immenso, una parte della nostra vita e’ stata distrutta da una riunione condominiale. Quella povera donna potevate informarla? In futuro, presenzierò io le riunioni condominiali. La vita non e’ solo modernita’ e internet, ma anche storie di ordinaria consuetudine, come la palma che ci proteggeva e ci regalava una certezza! Rispetto la decisione presa e l’abbattimento, ma informare la mia povera zia? Buona vita a tutti voi, ed impariamo a rispettare la natura!
Odalis Serra
Casale Monferrato(Alessandria)
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Nella foto, in alto da sinistra: Marco Alfieri, Massimo Donelli, Marcello Lunelli, Marzio Achille Romani, Roberto Bertinetti; seduti da sinistra: Fabio Tamburini, Lella Costa, Guido Vigna, Camilla Baresani, Edoardo Raspelli
Redazione Newsfood.com




